Politica
Meloni punta sulle realtà produttive. Polemica sull’esclusione di Silvia Salis
È il “partito del Pil” quello chiamato in adunata da Giorgia Meloni al Salone Nautico di Genova. La premier si guarda bene dal chiamarlo così. Il concetto ha una forte connotazione da establishment. A un ex underdog, che ha fronteggiato per anni i poteri forti, torna difficile attribuirsi anche questa etichetta. D’altra parte, c’è poco da ricamarci sopra. Se Giorgia Meloni vuole restare al governo, deve sedurre l’elettore del “fare”. Deve parlare con le forze produttive. Con le filiere che danno lustro al Made in Italy nel mondo. Quello navale è uno dei nostri fiori all’occhiello. È manifattura, design, energia, green, internazionalità. Molto di più, per ovvie dimensioni e con tutto il rispetto, della filiera della moda, a cui l’inquilina di Palazzo Chigi ha riservato la sua attenzione già la scorsa settimana.
La vocazione marittima italiana va oltre la retorica della destra. L’industria del mare vale 13 miliardi di valore aggiunto, per circa 170mila lavoratori. «Le esportazioni della nautica italiana sono cresciute del 3,3% l’anno scorso, smentendo i profeti di sventura che temevano il tracollo a causa dei dazi di Trump», spiega il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. «Negli Usa siamo cresciuti del 7,2%. Un trend salutare, che ci ha permesso di superare il Giappone come quarto Paese esportatore globale». D’accordo, c’è la polemica della sindaca di Genova, Silvia Salis, esclusa dal taglio del nastro della manifestazione. Prima volta in 66 edizioni di Salone. Colpa di una programmazione impostata male. Di questi tempi, però, un piccolo inciampo viene messo sotto una lente d’ingrandimento e diventa strumento di polemica sterile. Ben più importante è il fatto che il governo Meloni si sia reso conto che senza industria né si vincono le elezioni né si salva il Paese. «Il Made in Italy è un modo di stare al mondo. Senza le Pmi, il Made in Italy non esisterebbe e l’export non sarebbe in grado di raggiungere il record che ogni anno raggiunge». È sempre Giorgia Meloni a dirlo, intervenendo all’evento “Il valore del fare”, a Roma, in occasione degli 80 anni della Cna.
Parole che non placano la maretta di questi giorni, tra governo e Confindustria, per le intenzioni del primo di rivedere le norme in favore delle imprese artigiane. Le micro imprese – o meglio, le nano imprese, per dirla secondo l’econometria più realistica – sono il bacino elettorale dell’attuale maggioranza. E questo è sempre stato fonte d’invidia per Viale dell’Astronomia. Dove in ogni caso brand di grandi dimensioni se ne vedono sempre meno. Ma anche questo è un dettaglio, se vogliamo.
È dalla riforma degli Ets prima dell’estate che Meloni sta facendo sue le istanze dell’industria italiana. Soprattutto in Europa. Prima i provvedimenti regolatori sulle emissioni, ora la crisi energetica. Il filotto di accordi con Eni, Ip, Q8 e infine Tamoil sono risultati importanti. Non solo dal punto di vista energetico. Ma anche di politica internazionale. Significano che Roma gira per le cancellerie con cui è amica e da lì porta a casa accordi pragmatici. Anche in altri settori strategici. Vedi la difesa. Leonardo è un player sempre più stimato nel mondo. Non possiamo parlare ancora di politica industriale nel senso proprio del termine, ma ci sembra di vedere che andiamo verso quella direzione. Servono «coraggio e risposte», ha detto Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ovviamente presente anche lui ieri a Genova. Che poi questo si traduca in misure impulsive oppure strategiche è ancora tutto da chiarire. L’ipotesi di tassare gli extraprofitti delle banche non piace a nessuna forza produttiva. Il partito del Pil non vessa chi guadagna.
Anche sullo scostamento di bilancio bisogna riflettere con calma. I conti in ordine sono un risultato che questo governo si porta a casa. Non roviniamo tutto a fine partita solo per spirito elettorale. Meglio procedere sulla strada della concertazione con chi sta chino sul tornio e poi gira per il mondo. I protocolli appena firmati tra il Mimit e Confindustria sono indice di pragmatismo. Già oggi alle Camere dovrebbe arrivare il Documento programmatico di finanza pubblica, dove si legge che il governo punta all’1% di Pil già per quest’anno. Stima in linea con le previsioni di Fitch e Ocse. Quest’ultima ci dà allo 0,9%. Con l’Italia che resta nel regime di infrazione, l’inflazione che non si raffredda e tantomeno i costi energetici, bisogna ammettere che le ambizioni sono importanti. Ci si può arrivare, però. Basta che Giorgia Meloni creda davvero nell’industria italiana.
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