Giustizia
Milano, da Mani Pulite al referendum sulla giustizia: separare le carriere, unire l’Italia
Milano è una città che ha spesso avuto un rapporto complesso con la giustizia. Da qui è partita Mani Pulite, qui si è radicata l’idea che il magistrato fosse un eroe civile, qui più che altrove il giustizialismo ha forzato, per cercare di è diventare cultura diffusa, senso comune. Ma Milano è anche la città che ha coltivato il riformismo moderno, che ha sempre preferito il merito delle cose agli schieramenti di bandiera, che sa distinguere tra ciò che funziona e ciò che soddisfa solo la pancia. È da questa Milano che arriva il nostro Sì al referendum sulla riforma della giustizia.
In questa pagina troverete le voci di chi viene dalla sinistra e dalla società civile milanese: giuristi, politici, intellettuali, professionisti. Nessuno di loro ha lil minimo interesse politico a fare da stampella al governo, ma nessuno di loro accetta che il merito di una riforma venga sacrificato sull’altare del posizionamento ideologico. Come ha scritto Arturo Parisi, padre dell’Ulivo: si vota sul testo, non sul contesto. E il testo dice cose che la sinistra riformista chiede da un quarto di secolo — dalla Bicamerale di D’Alema alla riforma del giusto processo, dal programma di Letta nel 2022 alla mozione di Martina nel 2019.
Separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri significa completare quel percorso. Dare attuazione all’articolo 111 della Costituzione — riscritto nel 1999 a larghissima maggioranza, sinistra compresa — che sancisce la terzietà del giudice e la parità tra accusa e difesa. Non è un attacco alla magistratura: è la premessa perché la magistratura possa essere davvero indipendente e davvero credibile. Milano lo capisce prima di altri, perché qui i tribunali non sono un’astrazione: sono il luogo dove spesso imprese, famiglie, cittadini misurano sulla propria pelle la distanza tra la giustizia promessa e quella praticata. Ambrogio sceglie il Sì con la stessa concretezza: le riforme si giudicano per quello che contengono, non per la firma che portano in calce. È la lezione più milanese che ci sia: cambiare le cose quando si può, anche se il momento non è perfetto. Soprattutto se il momento non è perfetto.
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