Politica
Milano, tutto il centrodestra riunito da Lupi. Il regista che si muove nel vuoto per costruire un nuovo l’equilibrio
Il convegno che Noi Moderati ha intitolato Milano merita risposte, suggerisce che dietro la sobrietà del titolo si muova qualcosa di più di un’iniziativa di partito: un tentativo di federazione, un esercizio di regia politica in un centrodestra milanese che da mesi procede in ordine sparso verso le amministrative del 2027. E il segnale è nella composizione stessa della giornata. Il risultato politico non dichiarato è chiaro a chi osserva la geografia del potere meneghino. Mentre negli ultimi mesi i singoli partiti del centrodestra hanno suggerito, proposto, lasciato per strada e perfino bruciato nomi della società civile, con una serie di ipotesi via via evaporate – Lupi sceglie un’altra strada. Non impone la propria candidatura. Non la propone neppure formalmente. Si limita a riunire attorno a un tavolo, nella stessa giornata, tutto il centrodestra milanese. E proprio per questo, senza fragore, si accredita come l’unico soggetto in grado di fare sintesi. L’operazione ha il timbro di un metodo: costruire l’agibilità prima della candidatura, fare del federatore una figura necessaria prima ancora che scelta. Fra gli osservatori comincia a farsi strada l’ipotesi che un candidato politico e moderato, dopo gli insuccessi del casting civico del 2021, possa davvero togliere il centrodestra dall’impasse.
Le mosse ambigue di Forza Italia e i malumori della Lega
Ma la strada è stretta, perché al centro della coalizione si consumano fermenti che hanno come ribalta proprio Palazzo Marino. A fine settembre, sulla vendita dello stadio di San Siro a Milan e Inter, Forza Italia adottò una linea giudicata ambigua: tre dei quattro consiglieri azzurri uscirono dall’aula al momento del voto, abbassando il quorum e permettendo l’approvazione della delibera. Fu La Russa a dire che gli azzurri avevano «rotto il fronte in maniera sbagliata»; la Lega parlò di «stampella al Pd». Appena giovedì, lo schema si è ripetuto sulla mozione della presidente del consiglio Elena Buscemi contro il Remigration Summit promosso dalla Lega, in programma – non è un dettaglio – proprio in piazza Duomo. Forza Italia si è astenuta e ha preso pubblicamente le distanze dall’evento, Fratelli d’Italia è uscita dall’aula, la Lega ha votato contro. L’ordine del giorno è passato. E dai banchi del Carroccio si è levata, identica, l’accusa: Forza Italia è «nuovamente stampella della giunta».
La Milano del dopo-Sala
È dentro questo schema di fibrillazioni incrociate che il convegno assume il proprio peso. Non un evento elettorale, non ancora una candidatura, ma la costruzione paziente di uno spazio politico. Lupi si muove nel vuoto lasciato da un centrodestra che, mentre la coalizione di governo consolida Roma, a Milano non riesce a darsi una postura comune. E lo fa con l’arma più sottile: l’inclusione. Invitando tutti, non escludendo nessuno, accreditandosi come interlocutore di mondi produttivi, istituzionali e accademici che dal centrodestra attendono da tempo un segnale di maturità amministrativa. Se il metodo reggerà, nei prossimi mesi si capirà se la Milano del dopo-Sala passerà davvero da una proposta moderata. Per ora, il convegno somiglia a una prova generale di coalizione. Con un regista che, senza dirlo, si è già candidato perlomeno a ricostruire l’equilibrio.
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