Mirko Federico ha 35 anni, alto, viso pulito, barba curata e capelli in ordine. Si avvicina a grandi falcate, sicuro e con un gran sorriso. Ci ripresentiamo, ci siamo sentiti al telefono per organizzare l’incontro, proprio davanti al ponte dell’Industria a Roma. Come quel ponte, ora interrotto e inagibile per l’incendio avvenuto alla vigilia dell’ultima tornata di amministrative di Roma, la vita di Mirko è rimasta sospesa. Tre anni che hanno segnato lo spartiacque tra le sue due vite, prima e dopo il carcere.

“Sono sempre stato un ragazzo con dei valori, dei princìpi, grazie alla mia famiglia che mi ha dato un’educazione giusta”. Un giorno però è venuto a mancare il padre, figura fondamentale per Mirko e su cui si fondava anche il suo futuro. Era infatti proprietario di una piccola azienda di ristrutturazioni. Avrebbero dovuto lavorare insieme. “Anche mia madre aveva i suoi problemi, come mio fratello più grande. Mi sono sentito solo, perso e arrabbiato”. Dopo la morte del padre Mirko, in difficoltà economiche, ha preso una strada che come in un effetto domino, lo ha portato a commettere una serie di errori, fino all’ultimo, quello che gli ha aperto le porte del carcere.

Mirko non si abbatte e trova la forza per “ritrovarsi e studiare ma solo grazie all’aiuto di altri detenuti – non del personale dell’amministrazione carceraria, precisa – ho scoperto che il valore della vita non sono i soldi o il prestigio ma la libertà, gli affetti, la famiglia. E pian piano me le sto riprendendo tutte”.

Oggi Mirko è libero e sta ricostruendo la sua vita al di là del ponte. Non senza sforzi. È entrato in società insieme ad un amico d’infanzia che l’ha aiutato a rimettersi in piedi, con cui comprano auto all’asta e con un po’ di olio di gomito e buona volontà, rimettono a posto e rivendono. Nel frattempo però Mirko è diventato famoso nell’ultimo arrivato tra i social, Tiktok. Non fa vedere come rimettere in marcia macchine malandate, racconta però la sua esperienza detentiva a migliaia di follower che lo tempestano di domande su come sia la vita in carcere. Risponde spontaneo nei video girati da casa sua, e questo suo tono pacato con cui tratta gli argomenti, anche delicati, della ‘vita dentro’ non fa che accrescere la fiducia nei giovanissimi che lo interrogano sui più disparati argomenti, e “alcuni di loro dopo aver visto i video hanno cambiato vita”. È uno strumento “che può essere d’aiuto per moltissime persone, e può anche salvare vite. Lo uso per raccontare cosa è il carcere, perché molte persone non lo sanno veramente. Pensano solo ‘ha sbagliato è giusto che paghi’, ma può capitare a tutti di sbagliare”.

Non nasconde le sue emozioni. Abbassa lo sguardo e stringe le mani quando parla dei 42 giorni di isolamento con cui è stato ‘battezzato’ all’arrivo al Regina Coeli “non sono pochi per nessuno, neanche per un supereroe. Li ho scoperto la solitudine e ho capito che riuscivo ad adattarmi a qualsiasi contesto perché avevo voglia di farcela”.

Poi il trasferimento a Rebibbia, che forse lo ha salvato da una situazione che lo ha impressionato “la struttura vecchia, la pulizia carente. Poi sono entrato in quest’altra cella dove sono stato accolto molto bene anche da persone che avevano molti anni di carcere alle spalle, eravamo in sei. Mi hanno insegnato che cosa significa aiutarsi uno con l’altro, che nella vita quotidiana ce le scordiamo, invece li sei costretto ad impararlo”.

Nonostante la pena residua sia di 27 mesi, meno di tre anni, nel 2018 si presenta “dal giudice con un lavoro, un percorso di arresti domiciliari perfetto. Il magistrato si ritira per cinque giorni e decide di richiudermi di nuovo perché ‘la pena era troppo alta per aderire ad altre misure alternative’ – fa un pausa -. Il secondo trasferimento è stato più pesante perché pensavo che il peggio fosse passato”.

Mirko ha un’idea ben precisa sugli errori che fanno i magistrati in questi casi “si basano solo sulle carte, che è giusto, ma non ti guardano negli occhi, davanti hanno persone con un vissuto. Prima di giudicare subito vediamo che persona abbiamo davanti, che percorso ha fatto, per quale motivo una persona arriva a commettere degli errori, a sbagliare. Se riuscissimo un attimo prima a fermarlo potrebbe non arrivare a commettere questi errori e diventare una persona migliore di tanti altri”.

Servirebbe un percorso con un terapeuta che aiuti il magistrato a scegliere la pena più giusta, mettendo al centro la persona e non il reato “perché poi i carceri italiani lo sappiamo tutti che non sono né rieducativi, né correttivi, né reintegrativi. Pensano solo a chiuderti nella cella a scontare la tua pena e una volta finita ti sbattono per strada. Senza pensare che c’è chi non ha famiglia, né amici o un sostegno. Che fanno? Ricadono negli errori, soprattutto i giovani”.

Il ritorno alla libertà per Mirko è stato “qualcosa di magnifico” proprio perché ad attenderlo c’era sua madre che non ha mai smesso di stargli affianco. Una madre che però conoscendo gli errori del figlio, era diventata “peggio dei poliziotti, molto presente, molto autoritaria e preoccupata. Ha sofferto. Ma dall’altra parte ha trovato un figlio totalmente cambiato che ha capito i suoi errori”.

Riccardo Annibali