Prima la pandemia. Ora il “colpo di stato” di Donald Trump. E l’azzeramento di quello che per molti dei nostri leader, da Salvini a Meloni e anche qualche infatuazione grillina, è stato fino al 4 novembre il punto di riferimento della “nuova” politica. Da allora la vittima di una frode elettorale. Se i sovranisti europei, e italiani, erano già in difficoltà di fronte al virus che ha messo al bando nazionalismi, negazionismi e sovranismi, il colpo di stato durato qualche ora messo a segno ieri nella Capitol Hill di Washington da parte delle milizie trumpiane è stato il colpo di grazia finale. Fino adesso i piccoli Trump italiani potevano comunque andare orgogliosi del fatto che “il trumpismo è vivo e ha un futuro”.

Gli ultimi dieci giorni di The Donald hanno spazzato via anche questa speranza. E da ore balbettano frasi di circostanza, cercando di banalizzare e sdrammatizzare dando la colpa a dei “poveri buffoni con le corna in testa” e “inutili pagliacci” che hanno visto troppi film. Difficile prendere le distanze per chi fino al 4 novembre indossava la mascherina con la scritta Trump. O per chi stendeva tappeti rossi alla festa di partito al suo ideologo, poi caduto in disgrazia, Steve Bannon.

L’assalto alla Capitol Hill più antica d’America e per questo cuore di quella democrazia occidentale divide la politica italiana secondo linee che vanno oltre la maggioranza e l’opposizione e fanno emergere vecchie storie e innamoramenti. Giuseppe Conte, ad esempio. Tra lui e Trump è stato un colpo di fulmine, si può dire, fissato in quel tweet con cui nell’agosto 2019 l’inquilino della Casa Bianca augurò al premier italiano di restare premier. Un endorsement che lo staff di palazzo Chigi veicolò subito come prova dell’apprezzamento internazionale di cui l’avvocato del popolo era stato capace in appena un anno di scena politica. Ora è vero che Conte ha altro a cui pensare e quanto gradirebbe oggi un analogo tweet da parte di Biden, ma la reazione del premier italiano al putsch di Washington è stata decisamente debole. Tiepida.

Solo ieri mattina il presidente del Consiglio ha scritto: «Non vediamo l’ora di lavorare assieme al Presidente Biden e alla Vice presidente Kamala Harris per promuovere insieme un’agenda globale di crescita, sostenibilità e inclusione». Prima, mentre l’assalto era in corso, Conte si era limitato – sempre via tweet – a condannare «la violenza sempre incompatibile con le libertà democratiche». Più o meno le parole usate da Salvini mercoledì sera e di nuovo ieri mattina: «La violenza non è mai la risposta o la soluzione ad alcun problema». Peggio aveva fatto Giorgia Meloni con un post che trasudava imbarazzo: «Seguo con apprensione quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Mi auguro che le violenze casino subito come chiesto dal Presidente Trump. In questi momenti serve prudenza e serietà». Nessuno dei tre “amici” di The Donald si è soffermato sul fatto che è stato il Presidente in persona a chiamare le milizie, a urlare da mesi che «è in corso un furto» visto che «l’elezione è stata truccata». A chiedere di marciare su Washington per «prenderci quello che è nostro» e di «andare in Campidoglio per fare quello che Mike Pence (il suo vice, ndr) non ha fatto (cioè bloccare la proclamazione, ndr)».

Le parole sono pietre. Sempre. Ancora di più se le usa un capo di stato che sa muoversi tra piace virtuali e piazze reali. Trump ha aizzato le folle. Che poi hanno fatto quello che abbiamo visto. Ma questo non è stato condannato né da palazzo Chigi né dai leader dell’opposizione, i nostri piccoli Trump. Ben diversa, giusto per stare in Europa, la forza del messaggio di Angela Merkeldeploro il comportamento di Donald Trump»), di Ursula von der Leyen e del presidente francese Emmanuel Macron che ha parlato alla nazione sia durante gli incidenti che dopo, alle spalle la bandiera francese e quella Usa, per dire, in francese e in inglese: «Siamo al fianco del popolo americano», «crediamo nella democrazia americana» e «non cederemo nulla alla violenza di pochi».

Meno male che nella notte per l’Italia ha parlato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Pd) bollando come «gravissimo» quello che stava accadendo, «un attacco all’esito democratico del voto popolare». Leu ha definito Trump «un golpista». Tra i primi a reagire il segretario dem Nicola Zingaretti. Più duro di tutti Matteo Renzi: «Violenza verbale chiama violenza fisica. Il populismo lascia tracce devastanti per la credibilità delle istituzioni» ha scritto mentre le milizie sfondavano i vetri della Capitol Hill ed occupavano gli uffici simbolo della democrazia. E di fronte alla timidezza di Conte nel condannare i fatti accaduti, torna a chiedere «con urgenza il passo indietro» del premier sulla delega ai servizi.

Palazzo Chigi infatti deve una volta di più fare chiarezza sulla visita in Italia di William Barr, l’Attorney general dell’amministrazione Trump. Era l’estate del 2019. Il Conte 1 stava per cedere il passo al Conte 2 e quella visita, né annunciata né protocollata, è rimasta sempre un mistero. Anche per il Copasir. In compenso arrivò quel tweet, “forza Giuseppi”.

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