Come ha detto George W. Bush a proposito dell’assalto al Campidoglio nel giorno dell’Epifania, «questo è il modo in cui i risultati delle elezioni sono contestati in una repubblica delle banane, non nella nostra repubblica democratica». Parole che, pronunciate dall’ultimo presidente repubblicano prima di Trump, rendono ormai palese la profonda frattura nel Grand Old Party. Una frattura che si è manifestata plasticamente a Washington fin dalla mattina. Da una parte, una setta di militanti trumpisti – alcuni dei quali espressione di gruppi di estrema destra come Proud Boys, Boogaloo, QAnon – spinti dal loro “predicatore in chief” per scatenare il caos. Dall’altra parte, il vicepresidente Mike Pence che, dopo aver comunicato a Donald Trump la sua intenzione di non opporsi alla vittoria di Joe Biden, si prepara a condurre la riunione del Congresso.

In aula ci sono ancora molti fedelissimi di Trump: nel corso della notte successiva all’invasione di Capitol Hill, ben 8 senatori e 139 rappresentanti repubblicani votano a favore delle obiezioni contro il conteggio dei voti elettorali. Alle 3 del mattino, la Camera vota contro un’obiezione ai conteggi della Pennsylvania (282 favorevoli, 138 contrari), mentre il Senato chiude la stessa obiezione (92 a 7) subito dopo la mezzanotte. La vittoria va a Biden. E, come ricorda il sito Axios, il «regno chiassoso di Donald Trump» finisce con un «finale ironico» in cui il presidente è fatto fuori dagli stessi esponenti repubblicani. Tali sono i giudici nominati da Trump alla Corte Suprema che hanno respinto le sue richieste di annullare il voto, il governatore della Georgia che ha rifiutato le pressioni illegali del presidente, il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell che, dopo settimane di silenzio, esprime durante la seduta del Congresso la sua opposizione al ribaltamento del risultato elettorale. Inoltre, subito dopo i disordini, diversi alti funzionari dell’amministrazione Trump hanno deciso di dimettersi, in dissenso con la linea del presidente. Prima tra tutti, Stephanie Grisham, ex direttrice delle comunicazioni della Casa Bianca, e addetta stampa e attuale capo del personale della first lady Melania Trump. Poi è stata la volta di Matt Pottinger, viceconsigliere per la sicurezza nazionale. Ieri mattina si è dimesso Mick Mulvaney, ex capo di stato maggiore e attuale inviato speciale in Irlanda del Nord.

Mentre del castello di Trump sembrano restare soltanto le macerie, nel suo stesso partito comincia a circolare l’idea che il presidente non possa più restare alla Casa Bianca senza correre il rischio di provocare altri guai.

All’inaugurazione della presidenza Biden mancano ormai meno di due settimane, ma il suo predecessore è diventato una mina vagante. Come rivela Axios, «i funzionari repubblicani stanno prendendo in considerazione misure drastiche per fermarlo». Prima di iniziare qualsiasi manovra, i rappresentanti del Gop si chiedono: l’iniziativa avrebbe il supporto necessario? Potrebbe diventare un boomerang e renderlo ancora di più un eroe popolare? Come ne uscirebbe il Partito Repubblicano? Tra le ipotesi allo studio ci sono la censura, l’impeachment, l’adozione del 25° emendamento. La censura ha scarso impatto. Per avviare un secondo impeachment di Trump, anche in presenza di una volontà bipartisan, non ci sarebbe il tempo sufficiente. Il percorso del 25° emendamento – che avrebbe già l’appoggio del leader democratico del Senato Chuck Schumer – prevede una procedura assai breve ma richiederebbe il consenso di Pence e della maggioranza del gabinetto per rimuovere Trump dall’incarico a causa della sua incapacità di «adempiere ai poteri e ai doveri del suo ufficio» e per avocarne il potere. Sarebbe un passo senza precedenti.

Secondo la legge, Trump potrebbe contestare la mossa scrivendo una lettera al Congresso, mentre Pence e il gabinetto avrebbero quattro giorni per contestarlo. Alla fine voterebbe il Congresso: per la definitiva rimozione è necessaria una maggioranza di due terzi (67 membri del Senato e 290 della Camera). «Abbiamo un presidente che sembra disancorato dalla realtà. Stiamo ricevendo notizie sulle dimissioni dei funzionari. E il 25° emendamento che mette il vicepresidente Pence in carica fino a quando il presidente non può guidare di nuovo, cosa che ovviamente in breve tempo non accadrà, è la cosa giusta da fare per la nostra democrazia», ha detto il rappresentante repubblicano dell’Illinois Adam Kinzinger a Erin Burnett della Cnn. È ancora presto per verificare se gli altri colleghi del Gop si uniranno a lui.

Chi ha già preso provvedimenti drastici nei confronti di Trump è invece Mark Zuckerberg, il Ceo di Facebook. Il gigante dei social media ha bloccato il presidente Trump almeno fino all’insediamento di Biden. «Riteniamo che i rischi di consentire al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio durante questo periodo siano semplicemente troppo grandi», ha scritto Zuckerberg. «Pertanto, stiamo estendendo il blocco che abbiamo posto sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane fino al completamento della transizione pacifica del potere». Mercoledì sera, a causa dei messaggi pieni di bugie e di istigazioni alla violenza, Twitter aveva sospeso Trump per 12 ore, ma ieri mattina il blocco è stato revocato. La sospensione di Facebook diventa così la sanzione più aggressiva che qualsiasi azienda di social media abbia inflitto a Trump nel corso del suo mandato. E sicuramente più rapida ed efficace di quella che il mondo politico americano comincia appena a discutere.