Negli ultimi anni il boom del fast fashion extra-Ue ha trasformato il mercato dell’abbigliamento, comprimendo i prezzi e mettendo sotto pressione migliaia di micro, piccole e medie imprese italiane. Mentre Bruxelles discute l’abolizione delle esenzioni doganali sui pacchi sotto i 150 euro, in Italia c’è chi chiede di accelerare: tra questi, il deputato Fabio Pietrella (FdI), che da mesi insiste sulla necessità di riportare condizioni di concorrenza eque tra chi produce nel nostro Paese e chi importa dall’estero a costi molto ridotti.

Perché aumentare la tassazione sul fast fashion extra-Ue? Qual è l’ingiustizia di fondo che penalizza le nostre imprese?
«Perché oggi non competiamo ad armi pari. Le nostre imprese rispettano norme sul lavoro, sugli standard ambientali e sui costi energetici, mentre molti prodotti extra-Ue entrano con dazi e IVA ridotti o nulli, senza tracciabilità e a prezzi che non riflettono i costi reali. Questo non è libero mercato: è concorrenza sleale che brucia filiere, margini e posti di lavoro. Il Made in Italy non può competere con chi produce senza regole».

Una tassa da 2 euro sui pacchi fast fashion è sufficiente o serve un sistema più strutturato?
«È un passo utile ma non risolutivo. La tassa elimina la distorsione della franchigia, ma va accompagnata dalla rimozione dell’esenzione sotto i 150 euro, da controlli doganali più rapidi e rigorosi, da regole di tracciabilità per le piattaforme e da misure di sostegno per le nostre PMI. Una sola misura non cambia il quadro: serve un impianto complessivo che l’Ecofin ha iniziato a delineare».

In che modo le asimmetrie doganali e fiscali distorcono la concorrenza?
«I prodotti extra-Ue di basso valore entrano spesso senza IVA né dazi, le piattaforme possono assorbire i costi logistici e la produzione avviene con costi del lavoro e standard ambientali molto inferiori. Questo consente prezzi irrealistici che annullano la competitività delle imprese italiane, generando perdita di ordini e delocalizzazione».

Non rischia di pesare sui consumatori, soprattutto giovani e famiglie?
«L’impatto sul singolo acquisto è modesto. Ma il problema vero è il consumo compulsivo di capi a bassissimo costo che durano pochissimo e portano ad acquisti continui. Alla lunga danneggia proprio chi ha meno risorse. La politica deve accompagnare la misura con incentivi sulla qualità, agevolazioni per riparazioni ed eco-riparazioni e strumenti mirati per le fasce più fragili. Non è punire il consumatore: è tutelare la sua possibilità di scegliere prodotti migliori».

Come può un intervento sul fast fashion proteggere filiere, lavoro e Made in Italy?
«Riducendo il vantaggio delle pratiche sleali, gli ordini tornano verso i produttori locali. Questo permette di investire di più in qualità, formazione, innovazione e sostenibilità. Proteggere la filiera significa anche favorire l’aggregazione delle PMI, il ricambio generazionale e la lotta alla contraffazione. Il Piano Italia Moda nasce esattamente per sostenere questo percorso».

L’Europa sta prendendo sul serio il tema? L’Italia può anticipare le nuove regole sui pacchi sotto i 150 euro?
«Sì, l’accordo politico in Ecofin mostra che l’Ue ha capito l’urgenza. L’Italia può anticipare applicando controlli più efficaci, introducendo tracciabilità obbligatoria, sanzioni ai marketplace che eludono le regole e misure di accompagnamento per le imprese. Anticipare non significa agire in modo caotico: significa costruire uno standard nazionale credibile che può diventare esempio anche per gli altri Paesi».

La proposta è solo economica o c’è anche un tema di sostenibilità?
«È entrambe le cose. Il fast fashion alimenta un modello usa-e-getta con enormi impatti ambientali. Regole più serie spingono verso prodotti più durevoli, responsabilità estesa del produttore, passaporto digitale e circolarità. Difendere il lavoro italiano significa anche ridurre i rifiuti e proteggere l’ambiente».

A chi sostiene che state punendo l’e-commerce, cosa risponde?
«Che è un errore di lettura. Non colpiamo l’e-commerce: colpiamo le pratiche sleali. Chi opera correttamente non ha nulla da temere. Vogliamo un mercato digitale trasparente, con tassazione equa, controlli seri e responsabilità sulla filiera. Le piattaforme che rispettano le regole devono essere alleate, non penalizzate».

Avatar photo

Curo AI voglia!, un podcast sull’intelligenza artificiale in collaborazione con Il Riformista. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Dirigo Healthcare Policy rivista sulle politiche della salute e le sue industrie, del gruppo Formiche.