Si abbattono statue in tutto il mondo. Schiavisti, colonialisti, imperialisti. È uno degli effetti della morte di George Floyd, il 46enne afroamericano ucciso in un violento intervento della polizia a Minneapolis, nel pomeriggio del 25 maggio. Le statue di Re Leopoldo II del Belgio, di Winston Churchill, di Cristoforo Colombo sono state vandalizzate o abbattute. Si è riaperto allora il dibattito sulla statua di Indro Montanelli nei giardini omonimi a Milano, in zona Porta Venezia. L’organizzazione antifascista I Sentinelli di Milano hanno chiesto infatti al sindaco Giuseppe Sala e al Consiglio Comunale di rimuovere il monumento al giornalista in quanto “fino alla fine dei suoi giorni Montanelli – Soldato in Etiopia, negli anni Trenta – ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale”.

Non è un dibattito nuovo. Già nel 2019, in occasione delle manifestazioni per la Festa della Donna dell’organizzazione femminista Nonunadimeno, la statua era stata imbrattata con della vernice rosa. La storia risale al 1935, quando Montanelli, 26enne fascista, reporter, comandante di compagnia del XX Battaglione Eritreo, comprò dal padre e sposò una 12enne abissina di nome Destà. La vicenda venne raccontata nel libro XX Battaglione Eritreo e dallo stesso giornalista, anni dopo, nel 1969, durante la trasmissione L’ora della verità di Gianni Bisiach. In quell’occasione, però, il giornalista trovò Elvira Banotti a contestare argomentazioni e aneddoti. “In Europa si direbbe che lei ha violentato una bambina di 12 anni, quali differenze crede che esistano di tipo biologico o psicologico in una bambina africana?“, incalzò Banotti lasciando in alcuni tratti senza parole Montanelli.

Banotti era una giornalista e scrittrice italiana nata ad Asmara. Negli anni espresse anche lei posizioni controverse, come per esempio contro “il totalitarismo gay”. Difese Silvio Berlusconi nel dibattito sul processo Ruby. Resta comunque negli archivi e nella memoria di molti quel botta e risposta, con un Montanelli sconcertato, o quantomeno spiazzato, dalle parole della femminista. Il giornalista, in Africa, aveva contratto un rapporto di madamato, ovvero una relazione more uxorio in territorio coloniale. E per questo venne accusato da Banotti; e per questo la sua statua è stata imbrattata dalle femministe con un secchio di vernice rosa.

A favore della proposta dei Sentinelli, di rimuovere la statua, anche l’Arci: “Nella Milano Medaglia d’oro della Resistenza questa è un’offesa alla città e ai suoi valori democratici”. Contraria su tutta la linea la destra. In primis la Lega. “Giù le mani dal grande Indro Montanelli! Che vergogna la sinistra, viva la libertà”, ha dichiarato il leader Matteo Salvini. “Il fatto che il Partito Democratico ipotizzi di discutere l’idiozia lanciata dai novelli stalinisti di voler mettere le mani sulla statua a ricordo di Montanelli, un grande milanese e italiano, dimostra che il Dna della sinistra caviale e champagne è sempre quello della cancellazione della storia scomoda“, ha commentato il capogruppo della Lega al Comune di Milano e parlamentare, Alessandro Morelli.

Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia ed esponente di Fratelli d’Italia, si spinge fino a una fantomatica “Floyd mania“: “È una vergogna, un attacco alla memoria di uno dei più grandi giornalisti italiani. La Floyd mania sta offuscando le menti anche di qualche consigliere comunale”. Anche tra i consiglieri comunali del Pd, in verità, la proposta ha destato perplessità. Il capogruppo del partito, Filippo Barberis, ha spiegato di essere “molto lontano culturalmente da questi tentativi di moralizzazione della storia e della memoria che trovo sbagliati e pericolosi”. A difesa del giornalista e della sua memoria anche Beppe Severgnini, allievo di Montanelli e firma del Corriere della Sera: “Montanelli poi capì l’ingiustizia e l’anacronismo di quel legame; ma non negò, né rimosse, la vicenda. La giovanissima Destà andò poi in sposa a un attendente eritreo, e con lui fece tre figli: il primo lo chiamarono Indro”. Per Severgnini “se un episodio isolato fosse sufficiente per squalificare una vita, non resterebbe in piedi una sola statua. Solo quelle dei santi, e neppure tutte”.