In Italia ci sono tra le 400 e i 430 mila persone soggetti a lavoro irregolare e caporalato. Una vera e propria piaga che porta un business di 4,8 miliardi di euro circa, a nero e guadagnato illecitamente sullo sfruttamento lavorativo di frotte di migranti che per sopravvivere e guadagnare cedono al ricatto dei caporali. Giornate estenuanti di lavoro pagate pochi centesimi all’ora, nessun diritto e nessuna tutela per la salute è la fotografia di una triste consuetudine tra le coltivazioni soprattutto al sud. Per porre fine a questa vera e propria schiavitù del ventunesimo secolo nasce a Foggia la prima filiera etica in Italia contro il caporalato.

Frutto dell’intesa tra il Gruppo Megamark di Trani, leader della distribuzione moderna nel Mezzogiorno con oltre 500 supermercati, l’associazione internazionale anticaporalato NO CAP, impegnata nel promuovere e valorizzare le aziende agricole che rispettano la legalità e i diritti dei lavoratori, e Rete Perlaterra, associazione e rete tra imprese che promuovono pratiche agroecologiche di lavoro della terra, mette in campo un sistema di tracciabilità delle filiere agroalimentari. In campo scende il bollino etico “NoCap” promosso dall’Associazione NO CAP e del marchio di qualità etico “IAMME” che garantisce che il prodotto che si acquista non è frutto di sfruttamento. I prodotti saranno a breve disponibili nei supermercati a insegna A&O, Dok, Famila, Iperfamila e Sole365 del Mezzogiorno con cinque tipologie di conserve di pomodoro biologico, frutta e verdura fresche.

Al momento il progetto coinvolge una ventina di aziende e circa 100 braccianti extracomunitari reclutati tra ghetti e baraccopoli delle tre regioni, sottratti alla malavita e al ricatto dei caporali. A questi ragazzi, provenienti da Ghana, Senegal, Mali, Burkina Faso, Gambia e Costa d’Avorio, sono stati garantiti alloggi dignitosi e contratti di lavoro regolari, spostamenti con mezzi di trasporto adeguati e non più sui pericolosi furgoni “killer” dei caporali, visite mediche, dispositivi per la sicurezza sul lavoro come le scarpe antinfortunistiche, tute, guanti e mascherine, e bagni chimici nei campi di raccolta.

Il progetto mira a sensibilizzare i consumatori per contrastare il caporalato e il lavoro irregolare nel settore agricolo, garantendo ai produttori un prezzo giusto per i loro prodotti e ai lavoratori il pieno rispetto dei loro diritti, a partire dall’applicazione dei contratti collettivi del lavoro. Si tratta di una sperimentazione avviata in Capitanata, Puglia, dove si raccolgono pomodori per farne conserve, pelati e passate, coinvolgendo circa 60 lavoratori, nel Metapontino, Basilicata, in cui un centinaio di lavoratori raccolgono e confezionano prodotti freschi, tra cui finocchi, carciofi, peperoni, uva, insalata, ortaggi e frutta e nel Ragusano, Sicilia, dove una quarantina di lavoratori coltivano alcune varietà di pomodoro, pachino, pomodori gialli, ciliegino.

“Questo progetto segna un primo passo per sconfiggere il caporalato – ha spiegato Yvan Sagnet, l’ingegnere camerunense arrivato in Italia nel 2007 e a capo della protesta dei braccianti di Nardò del 2011 da cui ebbe origine l’iter per la legge sul caporalato – tuttavia è necessario che ognuno faccia la propria parte, in primis chi deve applicare la legge 199/2016, finora disattesa nella parte relativa alla prevenzione e alla creazione di reti tra istituzioni, centri per l’impiego, ispettorati, imprese e lavoratori. Anche ai consumatori chiediamo attenzione e maggiore consapevolezza nell’acquisto dei prodotti”.

Il bollino “NoCap” viene assegnato non solo alle aziende che dimostrano di rispettare il lavoro ma anche a quelle più virtuose a livello ambientale. Sono premiate quelle che rispettano la Filiera corta, Rifiuti zero, Decarbonizzazione, Trattamento degli animali e Valore aggiunto del prodotto. “Il progetto – ha concluso Sagnet – ha un enorme potenziale di crescita che potrebbe consentire l’assunzione di migliaia di lavoratori. Ce la stiamo mettendo tutta per il bene della comunità, insieme a tante organizzazioni”.