La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 – Diritto al rispetto della vita privata e familiare – della Convenzione per aver violato i diritti di una presunta vittima di stupro con una sentenza che contiene passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima. Il caso riguarda una sentenza della Corte d’appello di Firenze che ha assolto 7 imputati accusati di uno stupro di gruppo avvenuto nella Fortezza da Basso a Firenze.

La ricorrente, allora studentessa di storia dell’arte e del teatro, nel luglio 2008 presunto denuncia alle autorità italiane per stupro di gruppo. Sostenne che alla fine di una serata in cui era stata invitata da uno dei suoi presunti aggressori (un certo L.L., con cui aveva girato qualche mese prima un cortometraggio in cui interpretava il ruolo di una prostituta che subiva violenze), era stata costretta a praticare sesso in macchina con sette uomini mentre era sotto l’effetto dell’alcol. Dopo la denuncia, gli imputati vennero arrestati: rimasero un mese in carcere e circa due mesi ai domiciliari. In primo grado sei furono condannati a quattro anni e mezzo per violenza sessuale, uno assolto. Nel 2015 arriva l’assoluzione per tutti «ritenendo che le molteplici incoerenze rilevate dal tribunale nella versione dei fatti della ricorrente compromettevano la credibilità di quest’ultima nella sua globalità». La Procura generale di Firenze non presentò ricorso in Cassazione e la sentenza divenne definitiva.

La Cedu, pur non potendo entrare nel merito delle decisioni assunte dalle autorità italiane, ha dichiarato che i diritti e gli interessi della ricorrente risultanti dall’articolo 8 non sono stati adeguatamente protetti alla luce del contenuto della sentenza della Corte d’appello di Firenze. La Corte ha ritenuto «ingiustificate le osservazioni riguardanti la bisessualità, le relazioni sentimentali e il rapporto sessuale occasionale della ricorrente prima dei fatti. Considera che il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla Corte d’Appello veicolino i pregiudizi sul ruolo della donna che esistono nella società italiana e che possono ostacolare la protezione efficace dei diritti delle vittime di violenza di genere nonostante un quadro legislativo soddisfacente.

La Corte è convinta che le azioni penali e le sanzioni penali svolgano un ruolo cruciale nella risposta istituzionale alla violenza di genere e nella lotta contro la disuguaglianza tra genere. È pertanto essenziale che le autorità giudiziarie evitino di riprodurre stereotipi sessisti nelle decisioni giudiziarie e di esporre le donne a vittimizzazione secondaria utilizzando discorsi colpevolizzanti e moralizzatori, scoraggiando la fiducia delle vittime nella giustizia». La Corte di Strasburgo ha accordato alla ricorrente un risarcimento per danni morali di 12 mila euro.