Stop all’aborto farmacologico e in day hospital, con la necessità per le donne che intendono sottoporsi all’interruzione di gravidanza di programmare il ricovero con almeno tre giorni di anticipo. È la decisione arrivata tramite una delibera della Regione Umbria guidata dall’ex senatrice leghista Donatella Tesei, che ha cancellato una possibilità prevista dalla precedente giunta di centrosinistra di Catiuscia Marini nel 2018.

Una mossa, col provvedimento proposto dall’assessore alla Sanità Luca Coletto approvato giovedì scorso, che ha generato polemiche, come ampiamente prevedibile. La delibera è stata strenuamente difesa dal senatore leghista Simone Pillon, noto per le sue pozioni ultracattoliche, mentre il centrosinistra e le associazioni femministe si sono schierati sul fronte opposto, col Partito Democratico che ha parlato di decisione presa “per assecondare il volere dell’ultraconservatore Pillon”, commissario della Lega in Umbria. Quest’ultimo aveva commentato la delibera della Regione spiegando che “oggi gli interventi dovranno essere effettuati, come previsto dalla legge, in regime di ricovero ospedaliero, evitando che la donna sia di fatto lasciata completamente sola anche davanti a eventuali rischi, come emorragie, infezioni o altre gravi complicanze”.

In una nota firmata tra le altre da Non una di meno Perugia e Gubbio, associazione nazionale Vitadidonna, associazione Terni donne, Udi Perugia arrivano altre accuse al Carroccio: “Secondo i leghisti della Regione Umbria si raggiunge il paradiso rendendo difficile la vita delle donne, la loro libertà, la loro autodeterminazione. La maggioranza di destra del Consiglio regionale umbro ha abrogato la delibera regionale faticosamente ottenuta nel dicembre 2018, dopo 8 anni di insistenza e di lotte anche contro la recalcitrante giunta Marini. Si dava così indicazione agli ospedali umbri di organizzare con day hospital il servizio per la interruzione volontaria della gravidanza farmacologica, dando la possibilità alle donne che decidevano di interrompere la gravidanza, di poter scegliere, il metodo meno invasivo per loro, che meglio si adatta alle loro esigenze e farlo in modo accessibile. Invece, in Umbria non sarà più così”.

L’Italia è tra gli Stati europei dove l’aborto farmacologico, che le associazioni dei ginecologi considerano la pratica meno pericolosa per la donna, è meno praticato: la percentuale è ferma al 18%, contro il 60% francese e il 950% in Svezia. In particolare durante la fase più acuta dell’emergenza Coronavirus la Società italiana di ginecologia e ostetricia aveva chiesto di favorire il ricorso all’aborto farmacologico per tutelare la salute della donna ed evitare di congestionare gli ospedali.