Cultura
Ogni promessa è debito… pubblico, le ragioni liberali di Giuseppe Benedetto
“Ogni promessa è debito… pubblico”, scrive Giuseppe Benedetto nel suo nuovo libro, “Liberale è. Predicare inutilmente” (Rubbettino). Per il presidente della Fondazione Einaudi, “liberale è chi sa che il debito è soprattutto una forma di tassazione differita, a cui prima o poi si deve far fronte”. Il volume, fresco di pubblicazione, è già disponibile in libreria e su tutte le piattaforme digitali, e sarà presentato questa sera (ore 17:30) a Roma, presso il Vicus Caprarius – La Città dell’Acqua, con l’economista Carlo Cottarelli, che ne ha curato la prefazione, il ministro Carlo Nordio e il senatore Carlo Calenda.
In Liberale è Benedetto affronta un viaggio dentro le contraddizioni più profonde dell’Italia: un Paese dove si tassa chi lavora, si premia chi spreca e si ostacola chi produce. Fare impresa da noi, si legge nel saggio, resta più difficile rispetto a quanto avviene in altri paesi europei. Uno dei principali handicap che le nostre imprese devono affrontare riguarda la pressione fiscale, che qui è di circa sei punti percentuali più alta che in Spagna, il paese che cresce più rapidamente in Europa occidentale da un paio di anni. Ma oltre alle tasse – tagliarle, sostiene l’autore, richiederebbe una continua spending review – l’altro grande scoglio contro cui sbatte chi vuole avviare un progetto in Italia è la lentezza della macchina pubblica. La burocrazia, il Moloch che immobilizza il nostro Paese. Non solo un insieme di uffici, ma un humus culturale per cui a ogni problema si risponde con un nuovo modulo, una nuova legge, un nuovo controllo ex ante che blocca in modo indiscriminato l’attività produttiva.
Il libro, tra i tanti temi affrontati, centra un’altra questione fondamentale, quella delle riforme. L’ultimo referendum sulla giustizia ci ha dimostrato che senza una convergenza tra le forze politiche, solitamente molto difficile da raggiungere, per mere ragioni elettorali, il Paese è irriformabile. Con l’attuale sistema, nel dibattito pubblico che si genera in sede di discussione di leggi di revisione costituzionale gli attori politici cercheranno sempre di far prevalere il proprio interesse di parte rispetto all’interesse comune. Da qui l’idea della Fondazione Einaudi di proporre una snella Assemblea Costituente composta da cento membri di alto spessore eletti dai cittadini: un luogo nobile, parallelo al parlamento e in carica per un tempo predefinito, in cui lavorare per una riforma organica della seconda parte della Costituzione, sospendendo temporaneamente le appartenenze partitiche.
Nella seconda parte del saggio ampio spazio è dedicato a quello che è divenuto un vero e proprio simbolo del malgoverno: le Regioni, quelle che, con profetica preveggenza, Malagodi, già nel 1970, aveva indicato come i nascenti centri di spreco. Nel saggio si analizzano le distorsioni di un sistema che, con il pretesto dell’assistenza, ha trasformato la spesa pubblica in consenso clientelare e la burocrazia in una tassa occulta sulla crescita. L’attuale assetto istituzionale ha moltiplicato i livelli decisionali senza aumentare la qualità dei servizi, generando una deresponsabilizzazione diffusa. Nella visione di Luigi Einaudi e dei liberali del secondo dopoguerra, l’autonomia territoriale serviva a rendere trasparente il nesso fra imposte e servizi, a responsabilizzare gli amministratori, a premiare le soluzioni migliori. La Regione doveva essere un laboratorio di efficienza e innovazione. Il risultato reale, però, ha raccontato un’altra storia.
© Riproduzione riservata






