L’impermanenza buddhista, spinta all’estremo, è la legge del mercato librario. La vita media di un titolo sugli scaffali di una libreria è di tre mesi. Le librerie di catena tendono a cancellare il “catalogo”, così anche libri recenti ma non recentissimi devi cercarli altrove. Mi capita spesso di curiosare sui contenitori delle bancarelle e di trovare (o ritrovare) libri preziosi. Si tratta di incontri inaspettati, a volte di epifanie. Credo in modo  quasi superstizioso nel valore del caso, che è poi la modalità in cui si rivela il destino di ciascuno di noi.
Quest’estate a una delle bancarelle di piazza Esedra ho comprato. Bel-Ami di Maupassant (Garzanti 1973), cominciato a vent’anni e poi abbandonato, probabilmente per qualche “urgenza” politica del momento. Considero Maupassant maestro assoluto del racconto moderno, accanto a Cechov (la mia classifica ideale vede poi in successione Conrad, Thomas Mann, Joyce, Babel…). Consiglio Bel-Ami anzitutto a chiunque abbia a che fare, dal punto di vista lavorativo,  con i giornali (quotidiani, riviste, etc.): insieme al precedente Le illusioni perdute di Balzac è la più penetrante  introduzione al mondo del giornalismo e alle sue regole (uscì a puntate su un giornale, il Gil Blas nel 1885, con grande successo). Naturalmente è molto più di un documento storico. Maupassant, come un pittore impressionista, ritrae mirabilmente la spuma dell’esistenza, senza giudicare e senza filosofeggiare (in ciò più vicino a Conrad che a Dostoevskij).
Il protagonista, Georges Deroy, giovane e avvenente sottufficiale un po’ fatuo, arrampicatore sociale senza scrupoli e amante del piacere,  viene da un paesino della Normandia a Parigi per tentare la fortuna. Ha fatto due anni di servizio militare in Algeria, non possiede alcun mestiere e vaga senza un soldo tra i caffè e i bordelli. Lì incontra  un caro amico, giornalista professionista (Forestier), che lo invita a collaborare al suo quotidiano, La Vie Francaise. Dopo un veloce tirocinio scrive i primi articoli e poi, frequentando le cene giuste, scegliendo  le amanti più potenti, adattandosi prontamente ai riti mondani, giocando d’astuzia ma anche usando tutto il candore della sua giovinezza di provinciale, riuscirà a far carriera. Si sposa due volte (con dei calcoli strategici) e diventa ricco  e famoso. Quali sono le sue qualità? Non averne nessuna. Solo la bellezza (alto, biondo e con due occhi azzurri «bucati da una pupilla piccolissima»), una dose di sfrontato cinismo, una superficialità che funziona come difesa (non si interroga mai su ciò che sta facendo). Non serve altro. Il giornalismo è presentato come un universo di corruzione, inganni e maldicenze (ovviamente Maupassant preferisce di gran lunga le prostitute ai giornalisti!). Il quotidiano per cui lavora si inventa notizie che poi smentisce, diffonde mezze verità, scatena campagne diffamatorie, orienta  l’opinione pubblica per sostenere politiche governative e manovre finanziarie (ad es. l’invasione del Marocco): una macchina del fango che mira a ricattare tutti. Come si apprende l’arte del giornlismo? Udite udite frequentatori di costosi e quaificati master: consigliato dall’amico Forestier,  Duroy per scrivere il primo articolo va dalla moglie di questi, super-esperta del mestiere, che ci mette il giusto dosaggio di costume, gossip, colore e demagogia. Un collega spiega a Duroy perfino come fare una intervista senza l’intervistato.
Maupassant, come dicevo,  non  ha bisogno di essere profondo. Ci offre la superficie –  scintillante, a volte opaca  – della realtà (sempre in movimento: straordinarie le trasposizioni cinematografiche dei suoi racconti ad opera di Max Ophüls), il frammento di vita dove si rispecchia l’intero universo sociale, nella sua grandezza e nella sua follia (i grandi magazzini, i grandi caffè, le grandi banche, i boulevard di Parigi capitale del XIX secolo con la folla che scorre “sfibrata e lenta”).  Duroy è corrotto e sensuale, smarrito e curioso verso tutto: dietro la sua febbrile  voglia di riuscire c’è  un edonismo innocente e una disperata mediocrità, l’amore  adolescente di un normanno per le mille luci della metropoli. Maupassant – questa è una delle possibili lezioni della sua opera – non è un moralista: la sua “moralità”, che tanto piaceva a Tolstoj, è tutta e solo sul piano della verità che ne emana.