I punti di instabilità iniziale, secondo Renè Thom, non sono soggetti a configurazioni caotiche, ma sono soggetti a forme topologicamente stabili e ripetibili, addirittura indipendenti dal substrato, nel senso che le forme di stabilità del caos sono indipendenti dal fenomeno fisico analizzato, sia esso fisico, chimico, biologico, linguistico, storico, psicologico o altro ancora. Così, tra una condizione iniziale che porta all’equilibrio 1, e quella che porta all’equilibrio 2, esistono delle condizioni iniziali (instabili), per le quali non è possibile prevedere se il risultato sarà 1 o 2, in questi casi, si dice che il sistema è in condizioni catastrofiche e una piccola variazione delle concentrazioni iniziali in una direzione o l’altra, può comportare fortissime differenze sui risultati finali.

Per Giorgio Panizzari, fra i fondatori dei nuclei armati proletari (Nap), in carcere dal 1970, lui e gli extralegali della sua generazione sono figli di una catastrofe, forse impossibile da evitare e che, comunque, nessuno ha cercato di impedire. Per lui il primo arresto è arrivato a quindici anni, bambino, una fase della sua vita in cui era, lui, terrorizzato, dall’uso della violenza, dalla prospettiva spaventosa di causare ad altri un dolore fisico. Ora Giorgio Panizzari ha settant’anni, 50 vissuti intensamente dentro una galera, si sente ancora figlio non di un contesto sociale ma di un procedimento matematico, milioni di volte provato dalla vita. Dice che non avrebbe fatto scelte diverse, tornando indietro, che non c’erano altre scelte, per questo non è mai diventato un pentito, un dissociato, non ha mai cercato scorciatoie alla pena inflittagli. Ha resistito alla prigione mentale del sentirsi carcerato, sentendosi al massimo prigioniero, e sugli anni detti di piombo è sicuro che ormai non abbia più senso alcuna discussione: tutti i treni sono stati persi, i protagonisti sono passati altrove.

Non c’è un ragionamento da fare che non sia altro che un rivangare ricordi. Adesso scrive, scrive della sua galera, lo fa con Tino Stefanini, uno degli ultimi superstiti della banda della Comasina, anche lui con mezzo secolo dentro. Parlano delle amicizie estreme, di quell’affetto potente che cinge vite paradossali. Giorgio ha presentato il suo libro Figli delle Catastrofi, da solo, lui ha avuto il permesso di farlo, a Tino, il magistrato di sorveglianza ha negato il permesso, nella sala della presentazione c’è un amico di Tino, galeotto, a lui un altro magistrato ha dato il permesso di assistere alla presentazione del libro di Tino. E Renato Vallanzasca, che sta in carcere con Tino, se n’è uscito con una delle sue battute: “hanno avuto paura che Tino rubasse, anche se a una presentazione ci sono solo libri, e Tino non ha mai rubato libri, e poi qua il libro è pure suo”. Ci sono ancora bambini, anche se stanno a settanta e passa anni, che continuano a essere figli delle catastrofi, frutti di un modello matematico che nessuno prova a cambiare.