Panico Vox. Vola verso il terzo posto l’ultra destra. La percezione diffusa della possibilità di un boom di consensi per la formazione nazionalista spuntata alla “derecha” dei conservatori classici ha stravolto le strategie dei partiti nella corsa finale per le elezioni politiche di domani. Le quarte in quattro anni, le seconde in sette mesi, convocate a settembre dal re come ultima spiaggia dopo il naufragio dei tentativi dell’uscente premier socialista Pedro Sánchez di formare un governo, nella speranza che dalle urne esca un risultato in grado di sbloccare l’impossibilità di trovare accordi per formare una maggioranza.

Perché tanta paura per il partitino del marziale Santiago Abascal, una caricatura macho iberica di Marine Le Pen – senza l’albero genealogico e l’esperienza politica della Le Pen – con spalle larghe e collo corto, che alle europee di maggio (6,2%) aveva già perso la metà dei voti presi alle politiche tre settimane prima? Perché la crisi catalana – il grande blob che sta divorando ogni ragionevolezza e ogni confronto possibile sui programmi di governo facendo esplodere antichi odii in un’isteria collettiva che ha stravolto non solo la campagna elettorale, ma qualsiasi discussione su qualsiasi argomento in tutto il paese – sembra aver messo le ali ad Abascal. Una reale affermazione di Vox dovrebbe pregiudicare solo i popolari del Pp, il vecchio partito conservatore di Aznar prima e Rajoy poi, ora in mano a Pablo Casado che di Aznar è il clone giovane e precisino. Al massimo potrebbe risucchiare i consensi di Ciudadanos (12% alle europee), il movimento nato come imitazione di Podemos in campo conservatore. Invece tremano anche Psoe (il primo partito spagnolo con il 33% alle europee) e Podemos (10%).

I sondaggi, di cui è vietata la pubblicazione a ridosso del voto e che da una settimana aleggiano sopra le sedi dei partiti come cornacchie impazzite, hanno convinto tanto i socialisti quanto i finti movimentisti di Podemos (irreggimentatisi subito dopo il bluff del debutto in un partito di gesso in mano al capo che nemmeno il Pcus di Breznev) dell’esistenza di un rischio Vox anche a scapito loro. Incredibilmente sia il socialista Pedro Sánchez, finora l’unico ad avere avuto in mano il bandolo delle trattative, sia Pablo Iglesias temono che la maschia inflessibilità di Abascal nei confronti dei separatisti catalani possa far loro perdere voti di elettori progressisti stanchi dei ricatti separatisti sull’insofferenza di Barcellona per il governo centrale di Madrid. Le destre già chiedono di rendere illegali i partiti separatisti e la pretesa non dispiace a molti anche a sinistra.

Tanta paura di Vox hanno gli avversari che nel dibattito televisivo tra candidati di lunedì, la grande arena pubblica prima del voto, nessuno (nessuno!) ha osato replicare ad Abascal nel timore di perdere voti. Santiago Abascal, incredulo, ha sguainato il mascellone e blaterato senza contraddittorio nella tv nazionale come fosse a tavola a casa sua. Ha sparato un’enormità di balle, di numeri fantasiosi, senza che nessuno lo correggesse, lo fermasse, dicesse alle telecamere: «Ehi, questo si sta inventando tutto». Il navigato Pedro Sánchez, tanto abile da aver messo nel sacco la volpe Rajoy con una mozione di censura in parlamento: muto. Pablo Casado, riuscito a sopravvivere al rovinoso scandalo per corruzione che ha travolto il clan Aznar: muto. Pablo Iglesias, che sulla capacità di intervenire a gamba tesa sull’avversario ha costruito una carriera: zitto pure lui.

Tanto ha straparlato Abascal che un gruppo trasversale di intellettuali, con i tempi biblici e l’audience dell’accademia, s’è sentito in dovere di diffondere un manifesto per smentire punto per punto le scemenze da lui pronunciate in tv. Senza nessuna possibilità di arginarne gli effetti. Casado tace perché spera che l’ultra destra si mangi Ciudadanos invece del Partito popolare. E che questo convenga alla fine dei conti a lui per proporre, da leader di schieramento, un blocco delle destre come già fatto in Andalusia. Sulla possibilità che Vox sfondi superando i popolari in alcuni distretti di provincia s’affida al cielo, si limita a sperare di no. Sánchez e Iglesias, opposti in tutto tranne che nel timore di contrastare l’estrema destra con troppo vigore, si rifanno nei comizi di chiusura. Gridano in piazza, tra i loro, quel che nel dibattito televisivo cruciale hanno taciuto, chiamando al voto gli indecisi di sinistra tentati dall’astensione. Con toni da disperato appello a fare fronte contro l’invasione ultrà. Lontano dai microfoni le loro seconde file spiegano di temere un fenomeno di tipo francese. Hanno paura che a Vox capiti il miracolo accaduto alla Le Pen quando crebbe al punto da rosicchiare prima, e divorare poi, pezzi di vecchio elettorato di sinistra con slogan d’ultra destra tagliati a misura sul disagio sociale e il fastidio per l’immigrazione. Nulla conferma che ciò stia avvenendo in Spagna, tranne i sondaggi segreti ai quali, in un clima da fine del mondo, sembrano però tutti dare terribilmente credito.

Scomparso dal dibattito pubblico qualsiasi misurabile contrasto sui programmi di governo, sulle visioni del mondo, sulla prospettiva economica. Si parla solo di “procés”: Catalogna indipendente sì, Catalogna indipendente no. Li facciamo caricare dalla polizia, sì o no. Diamo fuoco a Barcellona pur di non cedere al pugno di ferro di Madrid, sì o no. Lo fanno sia i nazionalisti che i separatisti. Sia i separatisti di sinistra che quelli di destra. Gli uni contro gli altri armati in tutto tranne che nel cogliere l’opportunità, regalata dall’esplosione della questione catalana, di non affrontare mai il tema complesso del modello economico, dei suoi costi, dei correttivi possibili, dell’immigrazione da gestire, con i numeri alla mano pensando alle coperture finanziarie per riforme di cui nemmeno si parla per vaghi cenni. Anche la sinistra classica è ammutolita dall’imperversare dell’isteria patriottica pro e contro Madrid. Sánchez aspetta di capire se, alla quarta votazione per le politiche, la voglia di governo degli spagnoli regali un consenso insperato ai socialisti in quanto primo partito e presumibilmente l’unico capace di tessere un’alleanza. Cerca di fare nel frattempo meno danni possibili, tacendo. E Podemos si guarda bene dal dir qualcosa perché Iglesias, tutto sommato, considera più conveniente un successo delle destre per seppellire il Psoe piuttosto che una vittoria netta che lo costringa poi a negoziare davvero un patto di governo. Non lo vuole. È già passato in quattro anni dal 17% al 10% delle europee, preferisce tirarsi fuori.

La questione catalana consente a tutti di non parlare d’altro. Con un’alta dose di cinismo. Anche da parte dei catalani non separatisti che assistono inermi al delirio collettivo tra ritratti del re bruciati, resti del dittatore Francisco Franco riesumati e bandiere anarchiche sventolate all’università come in un b-movie anni Ottanta. Lo scrittore Javier Cercas ha un’idea del perché. Addita la classe dirigente catalana e i grandi imprenditori di Barcellona: «Hanno lanciato il procés come un treno sul quale attraversare in gran corsa la crisi economica seduti in prima classe finché hanno dovuto cambiare strategia scommettendo su dio e sul diavolo: con una mano hanno accordato con il re l’uscita delle loro imprese dalla Catalogna, così da scendere al volo dal treno, e con l‘altra hanno continuato a finanziare la locomotrice suicida». Si dispera Cercas: «Tutta la sinistra catalana considera un errore l’antiseparatismo. Non importa che il separatismo sia, oltre che evidentemente antidemocratico, anche profondamente reazionario: importa solo che il Partito popolare e Ciudadanos siano antiseparatisti. Se popolari e Ciudadanos affermano che la terra è rotonda, presto a noi buoni progressisti toccherà dire che è piatta».