Tre parole hanno segnato la Lectio magistralis di Mauro Palma, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in giurisprudenza che gli è stata assegnata ieri: libertà, autonomia e speranza. Una lezione di diritto ascoltata con attenzione e partecipazione dalla platea che affollava l’aula magna del rettorato dell’Università di Roma 3, dove spiccava la presenza del presidente della Consulta, Giorgio Lattanzi, e dove erano risuonate le parole del rettore Pietromarchi e i professori Serges e Ruotolo, che avevano illustrato le ragioni profonde che hanno condotto a questo riconoscimento a un intellettuale, matematico di formazione, che ha poi dedicato tutta la sua vita al diritto vivente, in particolare visto dalla prospettiva delle persone private della libertà. Nella sua attività Mauro Palma ha contribuito fin dagli anni Settanta alla ricerca teorica e, soprattutto, sul campo per trovare gli strumenti che inverassero i principi fondamentali della Costituzione repubblicana relativi ai diritti delle persone e alla loro libertà (in particolare gli articoli 3, 13 e 27). Dalla creazione dell’osservatorio sulle leggi d’emergenza con i compagni del manifesto, negli anni 70, fino alla nomina come primo Garante dei diritti delle persone private della libertà, il percorso di Palma è stato segnato da un impegno incessante per rendere più giusto un diritto penale che, come ha ricordato nella magnifica Lectio magistralis, non può fermarsi alla sola dimensione processuale e punitiva, che rischia di far prevalere l’effetto “teatrale” della giustizia, senza far vivere fino in fondo quella irriducibile singolarità che è la storia di ogni essere umano, privato della libertà perché condannato o magari perché migrante, quindi detenuto senza aver commesso nessun reato che non sia il solo fatto di essere vittima di una distorta visione della sovranità statale.

Un vero e proprio monito in questi tempi difficili, assediati come siamo dalla voglia di manette e forca che pervade tanta parte della politica attuale. Ed è in un questo contesto che si iscrive l’esecuzione della pena come affermazione dell’autonomia delle persone, nell’ottica del loro reinserimento e, come scrive la Costituzione, perché la pena sia una rieducazione effettiva e non effimera. Mauro Palma, con il garbo che lo contraddistingue, non ha evitato nessun argomento “scottante”: dalle navi tenute ferme in mezzo al mare con i migranti naufraghi a bordo, al punto che la “nave” diventa essa stessa un luogo della “privazione della libertà”, fino alle recenti sentenze della Cedu e della Corte Costituzionale sull’ergastolo ostativo, che sancisce una verità incontrovertibile, ovvero che senza la speranza non si può immaginare una pena legale, al contrario di chi ha parlato irresponsabilmente della cancellazione dell’ergastolo tout court e di un presunto favore ai mafiosi. E proprio contro quest’ultima sentenza, approfittando di un grave episodio di cronaca che ha visto l’utilizzo fraudolento delle visite in carcere per favorire comunicazioni di mafiosi, si è scatenata una vera e propria campagna d’odio contro i Radicali e più in generale contro le visite in carcere, alimentata dal solito Travaglio e da uomini di legge che forse dimenticano che la legge fondamentale dello Stato rimane la Costituzione e che le migliaia di visite che i parlamentari hanno realizzato sono un dovere del nostro mandato. Proprio nella laudatio del professor Marco Ruotolo veniva richiamato l’ammonimento del Garante, nella sua relazione al Parlamento, sull’uso improprio del linguaggio, in particolare per chi ricopre incarichi istituzionali. E invece ci tocca leggere interviste in cui il ministro della Giustizia, incredibilmente assente a questa cerimonia, parla degli autori di reato come di “parassiti”, che invoca le manette a ogni pie’ sospinto. Così come è inconcepibile che Bonafede possa immaginare una riforma carceraria che parifichi il ruolo dei comandanti della polizia penitenziaria negli istituti a quello dei direttori, di fatto rendendo la parte, sicuramente necessaria, della custodia prevalente rispetto a quella del trattamento. E così, la densità del messaggio di questa giornata, costellata da coltissimi riferimenti alla interpretazione iconografi ca delle varie rappresentazioni della giustizia, spero possa essere recuperata da quei politici che hanno responsabilità diretta nell’amministrare quel bene prezioso, essenziale e delicatissimo che è la giustizia. L’occasione di oggi l’hanno persa, speriamo che gli echi possano comunque raggiungerli.

Gennaro Migliore