Il punto di vista
Perché oggi ragioniamo peggio. Bias cognitivi e ideologie: l’approccio stimolo-risposta
Di approcci euristici al ragionamento probabilmente ve ne sono sempre stati, le ideologie dei decenni passati hanno rappresentato appieno questi processi mentali: comunismo, fascismo, nazismo, altro non furono che semplificazioni del pensiero. Partiti e schieramenti politici hanno sempre racchiuso le idee della gente in compartimenti stagni.
Giorgio Gaber raccontava in modo sarcastico, ma decisamente esplicativo, quanto le ideologie potessero manipolare il senso delle cose, “una bella minestrina è di destra, il minestrone è sempre di sinistra”, senza rendersi conto di quanto fossero pericolose; si rammaricava infatti della loro possibile fine quando invece sarebbe stato auspicabile il tracollo di modi di pensare che offrivano una visione del mondo decisamente falsata e limitata. Il tracollo poi c’è stato, ma invece di essere sostituite da un modo di vedere le cose più libero, obiettivo e costruttivo, le ideologie sono state tragicamente rimpiazzate o, peggio, ad esse si sono aggiunti i bias cognitivi. Mentre con l’avvento dei social media le informazioni si sono accumulate e sono diventate sempre più accessibili, le scorciatoie di pensiero per interpretarle si sono moltiplicate e rafforzate. Forse, proprio in conseguenza dell’eccessiva quantità di dati immagazzinati dal nostro cervello, le semplificazioni mentali sono nate come meccanismo di autodifesa. Fatto sta che molti di noi oggi si rapportano con la realtà utilizzando un approccio stimolo-risposta, ragionano sui fatti del mondo adoperando quasi esclusivamente l’istinto e l’impulsività.
Non si può, nelle poche righe di un articolo, essere esaustivi; cercheremo però di essere chiari prendendo ad esempio il recente referendum sulla magistratura. L’italiano medio (e non solo quello medio), non capendo di cosa si stesse parlando, ha semplificato il tutto riducendo il voto a una richiesta di approvazione o, viceversa, opposizione, all’attuale governo. In altri casi il voto si è basato sul fatto di recepire la scelta come il desiderio o meno di cambiare la Costituzione. Il risultato è stato un voto, non sta certo a me dire se giusto o sbagliato, ma sicuramente non lucido e meno che mai consapevole.
Stessa cosa si potrebbe dire sull’attuale percezione del popolo ebraico: dopo il 7 ottobre 2023 e l’inizio di un nuovo conflitto israelo-palestinese, la maggior parte delle persone ha invertito il proprio punto di vista iniziando a considerare gli ebrei nemici dell’umanità; questo perché in molti casi la nostra mente per farsi un’opinione adotta il bias cognitivo chiamato “effetto illusorio di recency”, che tende a prediligere informazioni recenti rispetto a quelle passate, sottostimandole; o adopera il bias della “semplificazione cognitiva” che induce a prendere decisioni basandosi su conoscenze incomplete degli eventi. A questi va ad aggiungersi il bias chiamato “dell’effetto di gruppo”, che porta a emulare le persone a noi più vicine per non sentirci esclusi. In un mondo che premia l’omologazione e ha fatto del senso di appartenenza uno status symbol, non c’è da stupirsi che questo processo di elaborazione della realtà venga usato da molti come metodo principe per forgiare il proprio punto di vista.
Una cosa è certa: più sono le informazioni a cui siamo esposti, minore è la nostra capacità di poterle comprendere ed elaborare in modo obiettivo, maggiore diventa il tentativo di trovare espedienti per non intaccare la nostra autostima ammettendo di essere imperfetti. Il risultato è sotto gli occhi dei pochi ancora capaci di osservare il mondo senza i paraocchi delle distorsioni cognitive e i filtri dell’ideologia: un disastro. “Nozioni d’ogni genere, in una misura non mai pensata finora, e allestite in modi non mai immaginati, vengono messe a portata delle masse; ma c’è qualcosa che non va nell’attitudine ad assimilare l’istruzione ricevuta in modo che giovi veramente a vivere. Una sapienza non elaborata è d’ostacolo al raziocinio e sbarra la via alla saggezza: l’istruzione rende sottoistruiti. È un orribile giuoco di parole; ma purtroppo contiene un senso profondo”. Così sentenziava Johan Huizinga, nel suo capolavoro “La crisi della civiltà”, del 1937. C’è da chiedersi cosa scriverebbe oggi, ma, senza essere eccessivamente catastrofisti, c’è da dire che, anche se prolungato nel tempo, questo momento di declino, come è stato per ogni periodo storico, è destinato a concludersi. E c’è da rallegrarsi pensando che quando si tocca il fondo si approda poi sempre a un nuovo, rigoglioso, rinascimento.
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