Do you remember Pier Vittorio Tondelli? Singolare come uno degli artefici del revival narrativo degli anni 80 in Italia – scrittore camaleontico, editor, infaticabile organizzatore culturale – prematuramente scomparso nel 1991, oscilli nel nostro immaginario tra oblio totale e periodiche riscoperte. Esce ora un libro – Dalla generazione all’individuo di Olga Campofreda, Mimesis – che tenta di ricostruirne meticolosamente, anche attraverso inediti, il percorso intellettuale ed esistenziale dall’opera d’esordio, Altri libertini, all’ultimo romanzo, Camere separate. Forse l’autrice vuol dire troppe cose, e alcune si limita a citarle un po’ velocemente, come un famoso saggio di Franco Moretti sulla giovinezza (assai problematico), o la sapienza orientale ridotta in due pagine, alla quale Tondelli perviene attraverso la mediazione di Kerouac. Ma pregio del libro è liberare Tondelli da un riferimento – alla lunga riduttivo – al mero dato generazionale, e poi la puntuale sottolineatura di alcune sue felici contraddizioni.

In quegli anni si riscoprono i giovani come “classe”, come soggetto sociale, da una parte sovversivo, tumultuoso, portatore di una controcultura antagonista, dall’altra perfettamente integrato, target privilegiato dell’industria discografica, della pubblicità e dell’abbigliamento. Si tratta di una ambiguità reale: il Desiderio celebrato dal Movimento del ‘77 finisce nei consumi esclusivi del decennio successivo; gli espropri proletari tradiscono una adesione acritica all’universo della merce; la creatività degli Indiani Metropolitani prefigura l’ossessione della creatività nella moda e nell’arte degli chef; l’io rizomatico, inafferrabile, schizoide si incarna di lì a poco in Bill Gates, manager fluido e adattivo; l’elogio della trasgressione full time si traduce nella pubblicità più trasgressiva e “profanatrice” che sarebbe venuta di lì a poco (si veda un saggio di Forster Wallace)… Ora, questa ambiguità attraversa interamente, e non sempre consapevolmente, l’opera tondelliana. Ma alla fine troverà una qualche soluzione, come dimostra Campofreda, e si accompagna a una riflessione che Tondelli fa sull’esperienza stessa, sul farsi dell’esperienza. Si tratta della «consapevolezza un po’ orientale che non sia io a cercare le cose, le situazioni, gli amori, ma sono gli eventi – al tempo opportuno – ad arrivare a noi» (Tondelli, in Fenomenologia dell’abbandono). La conoscenza si dà attraverso una passività vigile, ricettiva.

Lo scrittore si avvicina al buddhismo via beat, legge il Tao te ching, la Bhaghavad gita, i grandi testi della mistica ebraica e cristiana, etc. e poi immette queste nuove letture nella propria narrativa, a volte confusamente, ma con esiti dirompenti. E anzi solo così si risolve il tipico dilemma giovanile, ovvero come restare ribelli, outsider, antagonisti, entrando nell’età adulta (ed escludendo la “opzione” wertheriana del suicidio). Moretti ci aveva spiegato che proprio l’invenzione della giovinezza permette la futura integrazione nella società: sì, va bene, contestavo le regole sociali, ma soltanto perché ero giovane, e, si sa, nella giovinezza si è tutti un po’ scapestrati e anarcoidi, poi però la giovinezza finisce e uno cresce… Ma lo schema morettiano, un po’ legnoso, non mi ha mai convinto del tutto, dal momento che sì, diventando adulti accettiamo tutti le regole della convivenza civile, etc., ma con gradi di disadattamento diversi, con spigolose isole di resistenza individuali, con una varietà di forme di non conciliazione e non identificazione col ruolo.

Anzi, proprio la letteratura, lungi dall’essere semplicemente uno strumento di coesione e consenso sociale, si incarica di rappresentare una alterità non del tutto riassorbibile, e insomma il fallimento dell’integrazione. Interessante la notazione di Campofreda per cui Tondelli da una parte, in qualità di editor e pedagogo culturale, insegna ai giovani scrittori uno stile espressionista, informale e indisciplinato, vicino al parlato, dall’altra come autore approda a Camere separate, a una scrittura intimista, raccolta, minimalista. È la scoperta del Satori buddhista, secondo un itinerario esattamente opposto a quello degli scrittori beat americani: là si era passati dallo zen alla rivolta di Berkeley, qui invece dai movimenti sociali alla ricerca di una nuova spiritualità.

Il concetto di Satori viene trattato sbrigativamente da Campofreda, e in verità non mi sarei affidato in proposito a una noterella, pretestuosa e corrivamente brillante, di Umberto Eco sullo zen. Limitiamoci a dire che implica una riformulazione dei termini stessi dell’esistenza, un diverso legame con l’attimo vissuto (nel quale coincidono passato e presente), una esperienza tangibile del sacro nella ciclicità del tempo. Sarebbe interessante un parallelo di Tondelli – di cui Un weekend postmoderno pare me il testo più rappresentativo e vitale – con la ricerca dell’ultimo Foucault, influenzato dai libri di Pierre Hadot sugli esercizi spirituali, e tutto dedito a una socratica ”cura di sé”.