Taranto, ex Ilva e cinesi: porto e acciaio strategici. Mentre il potente presidente Xi Jinping visita Atene ammirando il porto del Pireo a gestione cinese, i media inglesi riportano l’intenzione del colosso cinese Jingye Group ad acquistare, salvandola, la British Stell. La cosa incuriosisce: perché i cinesi possono permettersi d’acquistare grandi stabilimenti in perdita? Ed è così che porti strategici, produzione d’acciaio in perdita e firma di un gran numero di accordi bilaterali diventano la cornice della nota questione ArcelorMittal. Xi Jinping ad Atene rivolgendosi al suo omologo greco ha pronunciato una significativa frase: «Lasciamo che la saggezza delle antiche civiltà guardi al futuro». E il futuro potrebbe essere incerto. L’Unione europea ha iniziato a lavorare al provvedimento Carbon Border Adjustment: l’introduzione di un imposta sull’inquinamento prodotto della imprese siderurgiche extra europee. Un dazio ambientale sulle importazioni che andrebbe a colpire soprattutto la Cina che vanta la metà della produzione globale dell’acciaio. Probabilmente è anche questa la ragione per cui le aziende siderurgiche dell’Europa possono essere o diventare un boccone appetibile dei cinesi i quali, tra l’altro, producono enormi quantità di acciaio, ma non così di qualità come i laminati d’acciaio destinati al settore dell’automotive e della meccanica che escono da Taranto. È di questi giorni la notizia di un ulteriore investimento produttivo della indiana Sajjan Jindal nella acciaieria di Piombino. Acciaio e porti sembrano andare a braccetto. Il molo polisettoriale del porto della “città dei due mari” recentemente è stato dato in concessione ai turchi della Yliport Holding che, prontamente, hanno fatto un accordo di gestione con la cinese Cosco (la stessa che gestisce i moli del vicino Pireo). I firmatari delle due compagnie hanno festeggiato la firma dell’accordo al castello Aragonese di Taranto promettendosi una futura cooperazione a livello globale. Si tratta di due giganti: la Yliport (controllata dalla Yildrim Holding) è il tredicesimo operatore mondiale, mentre la compagnia cinese a controllo pubblico Cosco Shipping è il quarto.

L’Autorità del Sistema portuale del Mar Ionio con base al porto di Taranto spera di diventare uno degli anelli della cinese Nuova Via della Seta Marittima, per cercare di raccogliere clientela quest’anno a metà ottobre ha partecipato alla manifestazione fieristica China Logistic and Transportation Fair di Shenzen. Un tassello che potrebbe diventare importante è l’istituzione di un’ampia Zes, zona economica speciale. La quale è una zona a vocazione industriale che può godere di particolari agevolazioni fiscali. I cinesi hanno già effettuato alcuni importanti investimenti nelle varie Zes: la più vicina sembra essere quella egiziana nei pressi di Ain Sokna che, non caso, si trova vicino all’imboccatura dell’affollato e strategico Canale di Suez. Non bisogna dimenticare che dal porto di Taranto passano le rinfuse, carbone e ferro, materie prime necessarie per la produzione della grande acciaieria ora ArcelorMittal. Non solo produzione d’acciaio e portualità civile: storicamente Taranto è un porto militare strategico: trova ormeggio circa un terzo della flotta della Marina Militare italiana (spiccano la Nave Cavour e la Nave Garibaldi), vi è il primo arsenale militare per la manutenzione delle navi. Data la posizione, Taranto è un importante e protetto sbocco sul Mar Mediterraneo, un possibile snodo tra l’ambita Africa (già in parte sotto l’influenza cinese) e l’Europa. Se i cinesi si presentassero, come indiscrezioni confermano, da Luigi Di Maio proponendosi come i salvatori dell’ex Ilva, il ministro che con il suo staff durante la parte iniziale della crisi della acciaieria si trovava in Cina, riuscirà a desistere? Per Pechino porti, acciaio, Zone economiche speciali sembrano essere un ghiotto boccone. E l’Italia, con le sue contraddizioni, con i suoi balbettamenti, con i suoi affamati bilanci pubblici e con le sue incertezze politiche sembra essere un buon interlocutore. Così disponibile che una delle prime decisioni assunte dal neo ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è stata quella di spogliare con forza il precedente ministero da lui diretto, quello dello Sviluppo economico, del settore che si occupa del commercio estero per trasferirlo sotto il suo controllo alla Farnesina. E nominare l’ex ambasciatore a Pechino, il bravo Ettore Sequi, a capo di gabinetto del suo ministero.