Si apre con un colpo di scena il processo sui presunti depistaggi sul caso Cucchi: il giudice Federico Bona Galvagno, ex carabiniere in congedo, fa un passo indietro dopo l’istanza presentata dai familiari della vittima. Nel motivare la scelta, Bona Galvagno fa riferimentoR; il suo posto viene preso da Giulia Cavallone e il processo viene aggiornato, per un nuovo inizio, al 16 dicembre.

ATTESA PER LA SENTENZA – Intanto il 14 novembre sarà un giorno decisivo nella lunga vicenda giudiziaria legata alla morte del giovane: due sentenze segneranno punti fondamentali di un’inchiesta, anzi tre, partita dieci anni fa. Nell’aula bunker di Rebibbia, è attesa la sentenza della prima Corte d’Assise nel processo a cinque carabinieri, per due dei quali la procura ha chiesto la condanna a 18 anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Sempre a Roma, ma in Corte di appello, arriverà l’ultima pronuncia sui medici dell’ospedale Sandro Pertini che ebbero in cura Stefano prima della morte, nei confronti dei quali i reati sono comunque prescritti.

“18 ANNI AI 2 CARABINIERI” – “Io ed i miei genitori siamo allo stremo delle forze – commenta Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, sui social -. Mamma e papà sanno già di essere condannati all’ergastolo di processi che si protrarranno fino alla fine della loro vita”. Sono cinque i militari in attesa della sentenza di giovedì, mentre altri otto sono sono coinvolti nel procedimento sui depistaggi. La procura di Roma chiede 18 anni di carcere per Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale per il pestaggio ai danni di Stefano la notte del suo arresto.

LA DIFESA: “NESSUN NESSO CON MORTE CUCCHI” – Nell’ultima udienza prima della sentenza del 14 novembre, Antonella De Benedictis, difensore di Alessio di Bernando, uno dei carabinieri imputati per l’omicidio preterintenzionale di Cucchi, ha chiesto l’assoluzione per il suo assistito perché “non c’è un nesso tra il presunto pestaggio di Stefano Cucchi e la sua morte e in mezzo ci può essere stato un errore medico se è vero che Cucchi è morto per la crescita abnorme del globo vescicale dovuto all’ostruzione del catetere”.
“In questo processo – ha spiegato nel corso dell’udienza nell’aula bunker di Rebibbia- si sta facendo una caccia alle streghe perché bisogna necessariamente dare un colpevole”.  “Cucchi e la sua famiglia hanno subito una grande ingiustizia, lo Stato non ha saputo difendere un ragazzo, che era l’ultimo degli ultimi e i suoi genitori non hanno neanche potuto vederlo in ospedale” ha aggiunto l’avvocato.

“3 ANNI” A CHI HA COLLABORATO – Per Francesco Tedesco, il militare che nel corso del procedimento ha accusato i due colleghi, la procura chiede l’assoluzione per non aver commesso il fatto, sul reato di omicidio preterintenzionale, e la condanna a tre anni e sei mesi per il reato di falso nella compilazione del verbale di arresto. Di quest’ultimo reato, ma secondo il pm con responsabilità maggiori, risponde anche il maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l’arresto. Per Mandolini l’accusa chiede otto anni di carcere e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

IL RACCONTO DI TEDESCO –  Stando a quanto riferito da Tedesco ai magistrati della procura capitolina, si trattò di un’azione combinata, con Cucchi preso a calci, anche in faccia, dai due carabinieri accusata di omicidio preterintenzionale. La procura ha chiesto infine il non doversi procedere, per intervenuta prescrizione, sul reato di calunnia nei confronti di Mandolini, Tedesco e Vincenzo Nicolardi, anche lui carabiniere, a giudizio per le bugie contro i tre agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso del primo processo. Gli altri otto carabinieri, sono accusati a vario titolo di reati che vanno dal falso, all’omessa denuncia, la calunnia e il favoreggiamento: si tratta del generale Alessandro Casarsa, che nel 2009 era alla guida del gruppo Roma, il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del Reparto operativo della capitale, Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della stazione di Tor Sapienza, dove Cucchi venne portato dopo il pestaggio, Francesco Di Sano, che a Tor Sapienza era in servizio quando arrivò il geometra, Francesco Cavallo all’epoca dei fatti capoufficio del comando del Gruppo carabinieri Roma, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, e il carabiniere Luca De Ciani.