I dati macroeconomici relativi all’Italia resi noti recentemente dal FMI, mostrano la gravità degli effetti sull’economia reale e sulla sostenibilità del già gravoso debito pubblico.

In particolare, per effetto delle misure adottate dal Governo per la sanità pubblica e la salvaguardia dell’economia, il FMI stima (si veda qui) che il deficit/PIL salirà all’8% e che il rapporto tra debito e PIL raggiungerà rapidamente il 155% per scendere, nel 2021, se confermata la stima della ripresa economica che seguirà e la politica monetaria adottata dalla BCE, soltanto al 150%.

Il rischio di una ristrutturazione del debito pubblico italiano, anche in considerazione della difficoltà di porre in essere misure di adeguamento fiscale di natura strutturale, considerata la ventilata riforma del MES proposta prima del dilagare dell’epidemia da SARS-CoV-2, si fa sempre più concreta.

Le alternative, dunque, sarebbero o 1) una ristrutturazione del debito sotto l’egida del rinnovato MES; oppure, 2) Italexit ma, evidentemente, a condizioni ben diverse da quelle che sta trattando il Regno Unito per la Brexit.

La soluzione attualmente all’esame del Governo, ovvero la previsione di un MES light per il sostegno finanziario relativo agli investimenti diretti e indiretti di natura sanitaria, come si legge nel comunicato stampa dell’Eurogruppo del 2 aprile, si afferma (punto 16) che, nel rispetto delle previsioni del Trattato MES, potranno essere elargiti agli Stati che ne facessero richiesta fino al 2% del PIL di fine anno 2019 (pari a circa € 2.409 mld, dati Banca d’Italia, tav. 8) per un importo, quindi, di massimo € 48,18 mld.

La Repubblica italiana partecipa al MES con il 17% delle azioni, con un impegno a versare c.a. € 125 mld avendone già apportati € 14,33 mld (si v. qui).

Il sostegno finanziario all’impresa e all’occupazione, nonché gli investimenti che una modernizzazione del Paese richiede, sinora limitati dal rispetto del vincolo del patto di stabilità e crescita, richiedono un fabbisogno finanziario molto rilevante. Tale fabbisogno finanziario non solo incide sull’entità del debito pubblico nazionale ma porrà anche il Paese nella condizione di non poter rispettare i vincoli imposti dall’appartenenza all’Unione monetaria europea. Affidarsi soltanto ad una ripresa strutturale e sostenuta è esercizio illusorio.

Da eminenti esponenti del mondo dell’economia, della politica e dell’economia sono giunte due proposte, l’una a respiro nazionale, l’altra di respiro europeo per l’emissione di titoli irredimibili. L’emissione di tali titoli, in un contesto come quello italiano, dove il risparmio delle famiglie è circa tre volte il livello del debito pubblico nazionale, consentirebbe di soddisfare una serie di variabili rilevanti per la difesa della sovranità finanziaria del Paese: 1) non inciderebbe sul debito pubblico, essendo un prestito perpetuo; 2) eviterebbe qualsiasi forma giuridica e politica di controllo finalizzata all’investimento e al rimborso dei fondi prestati; 3) consentirebbe di effettuare investimenti strutturali nei settori chiave della ripresa (infrastrutture e digitalizzazione).

Tra le criticità che si potrebbero individuare, vi è un allentamento delle operazioni di QE adottate sinora dalla BCE per sostenere la mercatibilità dei titoli pubblici in circolazione. Tuttavia, tale soluzione, sarebbe destinata, qualora effettuata con successo, a portare ristoro anche alla politica monetaria comune.

Si potrebbe pensare all’emissione di titoli irredimibili per un ammontare pari a € 100 mld ad un tasso di interesse concorrenziale con quello dei Btp decennali corrente (ipoteticamente, il 2% annuo). Nel regolamento di emissione si potrebbe inserire una clausola collegata al livello del rapporto tra debito pubblico e PIL: qualora risultasse inferiore al 100%, la Repubblica italiana potrebbe avvalersi di una call per il rimborso del prestito al valore nominale.

di
On. Felice Maurizio D’Ettore
prof. Filippo Zatti, Università degli Studi di Firenze

di Felice Maurizio D'Ettore e Filippo Zatti