In occasione dell’uscita dell’ultimo romanzo di Paolo Di Paolo, Lontano dagli occhi, (Feltrinelli, € 16, pp. 189), la storia di formazione di tre donne nella Roma di inizio anni Ottanta, l’autore conversa con il giornalista e saggista, Paolo Morando. L’ambientazione cronologica del romanzo funge da pretesto per una riflessione sulla moda e mania contemporanee di guardare a quegli anni con una “sindrome dell’età dell’oro”. Esempi di questa “retro-mania” generalizzata, anche l’ultimo film di Gabriele Muccino, Gli anni più belli e le recenti performance sanremesi: la nostalgia dei Boys boys boys di Sabrina Salerno e dei grandi successi di Albano e Romina.

Di Paolo: La nostalgia porta sempre fuori strada. C’è una scena di Midnight in Paris di Woody Allen in cui al protagonista (contemporaneo) piombato negli anni Venti qualcuno dice: il presente è noioso, insoddisfacente. E dire che lui aveva idealizzato quell’epoca. Per gli anni Ottanta sta succedendo qualcosa che – chissà – magari accadrà anche per questi “insoddisfacenti” anni Dieci del ventunesimo secolo. C’è una sorta di retromania applicata a quella stagione apparentemente innocente. Da Stranger Things ai recuperi nella moda, una vera e propria passione per quel decennio. Tu la spiegheresti anche in altro modo? Detta meglio: oltre la nostalgia c’è di più?

Morando: Forse c’entra anche una questione banale. Io negli anni ‘80 ero al liceo, oggi ho 51 anni. E chi allora ha attraversato quel decennio da ragazzo, oggi si trova esattamente a quel punto della vita in cui riemerge la nostalgia: perché l’età avanza, e con essa gli acciacchi, o perché magari del proprio quotidiano non si è del tutto appagati. È anche il tempo dei primi bilanci. Aggiungi poi il fatto che chi oggi occupa posti importanti nel mondo dell’informazione, e della comunicazione più in generale, è appunto sulla cinquantina. Ad accrescere la retromania è poi anche un’altra questione forse sottovalutata: il reddito disponibile. Il gran fiorire ad esempio di costosi cofanetti musicali o cinematografici retrospettivi di quell’epoca, e ancor più degli anni ‘70, cerca come pubblico proprio coloro i quali oggi se lo possono permettere: appunto i cinquantenni o giù di lì. Poi, certo, c’è tutto il resto che attiene al merito della questione: gli 80 come l’ultimo decennio felice delle nostre vite. Il terrorismo si spegneva, il Pil cresceva e con esso l’occupazione, la Borsa galoppava, vincevamo inaspettatamente i campionati del mondo di calcio, il made in Italy imperava nel mondo, Madonna indossava la maglietta “Italians do it better”, e potremmo proseguire a lungo. Shakera il tutto, ed eccoci qui. Senza dimenticare che i cinquantenni di oggi hanno figli che iniziano ad avere l’età che avevano appunto i loro padri negli anni 80. E proprio a proposito di genitori e figli, mi incuriosisce il fatto che tu abbia deciso di collocare Lontano dagli occhi proprio negli anni 80: perché ti sembrava il periodo più adatto per tre storie così personali e di per sé irriducibili a una singola epoca?Che cosa ti è “servito”, degli 80, per dare corpo ai tuoi personaggi?

Di Paolo: Il fatto nudo e crudo di essere nato in quel decennio mi ha “obbligato” a quella ambientazione. Così, è stato come esplorare un paesaggio di cui sono stato testimone incosciente.
Mi sono divertito a creare connessioni fra vita pubblica e vita privata, a far sì che il personaggio di Luciana, giornalista di un quotidiano della sera che sta per chiudere, si trovasse alla celebrazione per i quarant’anni di carriera politica di Giulio Andreotti (e anzi sviene prima ancora di assistere); o che un giovane uomo, Ettore, fosse attrezzista su un film di Fellini come al solito profetico (E la nave va, 1983).  Ma c’è anche il padre della diciassettenne Valentina che si stizzisce ascoltando il motivetto di un’estate spensierata, Tropicana. Lo trova stupido, e si dice, con severità: «È così che vengono fuori le cose peggiori: nella distrazione». Sta parlando di sé stesso? Di sua figlia? O dell’Italia? Ora ti chiedo: nel tuo 80. L’inizio della barbarie (Laterza, ¤ 16, pp. 231) passi da lampi di razzismo a sfoghi di risentimento e rabbia primitivi rispetto ai social (Radio Parolaccia). Quanto si sbaglia quando si prova a individuare in certe “tendenze” del passato recente una connessione con le malattie sociali dell’attualità?

Morando: Non si sbaglia affatto. È cambiato il mezzo, dal telefono fisso ai social, ma il messaggio è esattamente lo stesso. Allora, nell’estate del 1986, quando Radio Radicale aprì per la prima volta i microfoni senza filtro, scoprimmo che l’Italia più che un popolo di santi, eroi e navigatori, era un popolo di misogini e bestemmiatori. Oggi li chiamiamo hater, ma è esattamente la stessa cosa. Cambia la dimensione, che oggi è straordinariamente amplificata dalla pervasività dei social e del digitale, e con essa le conseguenze nel discorso pubblico e nella politica, attenta a ogni fibrillazione virtuale istante per istante, per ragioni di consenso. Da questo punto di vista, la bestialità di Radio Parolaccia scoperchiava un calderone ribollente di odio represso, ma tutto più o meno finiva lì. Oggi non è più così: c’è chi di quell’odio fa la propria ragion d’essere elettorale, dunque la nutre in maniera spregiudicata, alimentando un circuito incessabile di barbarie, appunto. E non mi sembra di vedere alcuna luce in fondo al tunnel. Tu piuttosto che ne dici? Hai narrato una storia tutto sommato di speranza, di vita che nasce, di futuro. Tu che futuro vedi per questo nostro improbabile Paese?