Storicamente la ricerca e l’innovazione, in Italia, si predicano molto ma si praticano poco. Negli ultimi 30 anni, complice anche l’assenza di una chiara politica industriale nazionale e la mancanza di peso del Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (Miur) nella definizione degli investimenti pubblici, le risorse per la ricerca nel nostro Paese sono sempre state abbastanza ridotte rispetto ai principali competitor mondiali.La dimensione media delle imprese italiane purtroppo non ha assolutamente aiutato essendo complesso, per le medie e le piccole, investire in maniera massiccia in ricerca e innovazione. Dobbiamo purtroppo riscontrare che, in questi anni, non si è riuscito a risolvere neanche la difficoltà strutturale a produrre un numero adeguato di laureati e ricercatori che possano alimentare i processi di ricerca. Il nostro sistema di competenze continua a produrre grandi eccellenze ma manca di massa critica in termini di competenze di livello medio alto, in grado di affrontare l’innalzamento della complessità operativa che ha caratterizzato gli ultimi venti anni.

La crisi post 2008 ha acuito pesantemente questa situazione, senza che negli ultimi dieci anni ci sia stata alcuna reazione da parte del Governo nazionale. Unica eccezione è stato il programma Industria 4.0 che ha provato a intercettare gli impatti della quarta rivoluzione industriale dando qualche risposta al sistema produttivo e della ricerca nazionale, ma che è stato poi solo parzialmente attuato. Proprio lo sviluppo della quarta rivoluzione industriale, quel processo che culminerà in una nuova concezione dell’industria – dallo sviluppo di nuovi prodotti e servizi alla ricerca e innovazione, fino alla validazione e alla produzione, con il minimo comune denominatore costituito da un alto grado di automazione e interconnessione – rappresenta la sfida finale che il nostro Paese sta drammaticamente perdendo. In questo quadro estremamente complesso la disparità tra Nord e Sud, presente da sempre in Italia, tende pesantemente ad allargarsi creando un gap che rischia di diventare incolmabile per il Meridione. La reazione non può che partire da una diversa distribuzione degli investimenti pubblici: con un atto di coraggio bisognerebbe almeno quadruplicare tale valore, che attualmente è sotto lo 0,5% del prodotto interno lordo mentre nei Paesi più sviluppati (Usa, Germania e Giappone per esempio) è oltre il doppio e con valori del pil ben più alti. Attualmente in Italia siamo sotto l’1% del totale della spesa pubblica investito in queste materie. Purtroppo, analizzando la situazione in “casa nostra”, il fenomeno peggiora e di molto: nelle Regioni meridionali tale incidenza scende e senza alcuna reazione da parte degli enti regionali, titolari di una competenza ripartita.

Il “caso Campania”, che nei due lustri dal 2005 al 2015 aveva avviato un processo di trasformazione importante del proprio tessuto industriale e della ricerca, sembra essersi completamente fermato. La Regione aveva raggiunto nel 2015 il quinto posto per investimenti in ricerca e sviluppo in rapporto al pil, dietro i colossi Lombardia, Lazio e Piemonte. Ora la Campania sta scivolando indietro fino all’attuale decimo posto, con una riduzione addirittura del peso degli investimenti sul pil regionale. Preoccupa ancora di più la mancanza di una strategia di sistema, gli interventi messi in campo sembrano essere nella migliore delle ipotesi reazioni alle esigenze del territorio, senza manifestare quella capacità di indirizzo indispensabile in un’area come la Campania, caratterizzata dalla parcellizzazione industriale e pertanto incapace di alimentare una capacità sistemica di sviluppo. Mancano pesantemente gli investimenti in personale di alta qualità e quegli investimenti infrastrutturali a sostegno del sistema universitario che permetterebbero di evitare la dispersione universitaria e la fuga dei cervelli. Non basta il polo di San Giovanni, iniziativa lodevole ma ormai ultradecennale.La sfida del futuro passa attraverso un cambio totale del paradigma, un diverso piano di collaborazione tra Regione e Governo, con la prima in grado di proporre un piano di sviluppo e di riprendere quel ruolo di traino del Meridione che ha avuto per molti anni.

Le imprese vanno accompagnate nei processi di crescita, non ci si può accontentare dell’incremento delle start-up innovative se poi queste ultime falliscono alla prova del mercato. Bisogna riprendere il processo di costruzione delle reti territoriali, affrontare in maniera strutturata con un adeguato sistema di aiuti la sfida di Industria 4.0. Occorre rivedere i processi formativi di qualità, concentrando l’università delle professionalità medio-alte di cui tanto bisogno ha il nostro sistema produttivo. L’impatto del Recovery Fund in queste materie rappresenta un’opportunità ma anche una minaccia, se i nostri territori non saranno pronti a coglierla. Oggi non si vedono segnali positivi: il rischio è di trovarsi così indietro sui mercati internazionali da non poter più recuperare.

Giuseppe Russo