Anche se politicamente distanti, Raffaele Ambrosino e io condividiamo non solo il nome di battesimo, di cui siamo orgogliosi, ma anche l’interesse per le politiche di decentramento amministrativo delle grandi città, soprattutto quelle metropolitane. Colgo pertanto l’input che ha lanciato proponendo, attraverso le pagine del Riformista, una riforma delle Municipalità cittadine che ne riduca il numero di consiglieri e assessori e, parallelamente, ne ampli le funzioni e le competenze. Lo faccio dopo più di 15 anni dal varo della riforma che accorpò le 21 Circoscrizioni napoletane, allora esistenti, in sole 10 nuove Municipalità dotate di nuovi poteri e un nuovo sistema elettorale.

Il tentativo, che mi vide allora coinvolto come assessore al ramo, impegnò la relativa Commissione consiliare e poi l’intero Consiglio per tre lunghi anni in un lavoro capillare di esame e studio di precedenti esperienze non solo italiane (soprattutto quella romana) ma anche internazionali, come quella degli arrondissement parigini. Colleghi universitari – trai quali i professori Ferdinando Pinto, Sandro Staiano e Annamaria Zaccaria – si resero disponibili a tenere lezioni e corsi di formazione ai quali parteciparono molti consiglieri circoscrizionali e comunali di allora, sia di maggioranza che di opposizione. Tra questi ultimi certamente Ambrosino e Antonio Funaro di Forza Italia, oltre che Andrea Santoro di Alleanza Nazionale, svolsero un determinante ruolo propositivo, contribuendo all’approvazione all’unanimità di una riforma che fu condivisa da tutte le forze politiche rappresentate in Consiglio. Questo fu infatti l’unico vincolo che, giustamente, la sindaca Rosa Russo Iervolino pose quando mi assegnò la delega: «Il profilo delle istituzioni e le regole del gioco – mi disse – si cambiano insieme, maggioranza e opposizione». E così avvenne.

Un anno dopo l’approvazione della riforma si tornò alle urne con il nuovo meccanismo elettorale, mentre io tornai a svolgere il mio lavoro di docente universitario. Purtroppo molte delle potenzialità contenute in quella riforma sono rimaste sulla carta, inattuate, perché la forza del “potere centrale” della macchina comunale necessitava di una determinazione e una forza propulsiva alternativa e continuativa nel tempo da parte dei fautori del decentramento. Determinazione e forza propulsiva che non ci furono. E anche, a mio avviso, perché le forze politiche, tutte, non investirono abbastanza sulle Municipalità candidando personale di governo non sempre all’altezza dei nuovi compiti assegnati agli organismi decentrati. Così lo slogan «Dieci squadre di governo» deputate alla risoluzione dei problemi ordinari della città di Napoli, con Palazzo San Giacomo lasciato libero di volare alto e di affrontare i temi dello sviluppo strategico della città, restò appunto un semplice slogan, affascinante ma privo di reale concretezza.

Oggi mi sembra che il tema della governabilità decentrata di Napoli stia ritornando tremendamente attuale, non solo per le condizioni drammatiche in cui la città versa osservando le sue strade, i suoi marciapiedi, i suoi giardini e parchi e tutto quanto consente ai cittadini di dichiararsi soddisfatti della loro “casa-città”.

Ma anche perché, nel frattempo, si è preso atto, con una riforma nazionale, che la nostra città è una città metropolitana senza soluzione di continuità tra Comune di Napoli e la maggior parte dei 91 Comuni limitrofi che si susseguono come un domino infinito. Se ciò che dico è vero, quale momento migliore se non la prossima consiliatura per affrontare nuovamente la questione del decentramento dei poteri in una forma più attuale, coinvolgendo cioè la partecipazione di tutti i cittadini della Napoli metropolitana alla risoluzione dei comuni problemi? Al futuro sindaco l’ardua sentenza!

*ex Assessore comunale al Decentramento

Raffaele Porta*