La battaglia referendaria per l’ordinamento giudiziario doveva essere il banco di prova del centro garantista, liberale e riformista. Ci limiteremo a constatare che la prova non è andata benissimo. È stata, senza infingimenti, una brutta chiamata alle urne per i liberali di centro e per quelli di centrodestra, mostratisi in tutta la loro fragilità. Forza Italia, che avrebbe dovuto giocarsi il tutto per tutto per dedicare l’agognata vittoria a Silvio Berlusconi, non ha portato i suoi elettori al voto neppure nelle sue roccaforti.

Mancano al Sì alcune delle regioni dove FI è, o dovrebbe essere, più forte. La Sicilia di Renato Schifani e in misura minore la Calabria di Roberto Occhiuto hanno agevolato la vittoria del No. Il leader azzurro, Antonio Tajani, è stato catalizzato, suo malgrado, dalle emergenze dello scenario bellico. Vero. Come è vero che è emersa sul campo la leadership di Giorgio Mulè, trionfatore dei duelli televisivi, ma alla fine neanche l’onorevole-mattatore ha potuto invertire la defezione di tanti elettori azzurri: il 12% avrebbe voltato le spalle al Sì. Il congresso del partito sarà anticipato a quest’anno, la telefonata di Marina Berlusconi a Tajani non lascia presagire alcun affidavit di lungo corso all’attuale dirigenza azzurra. Ma il punto vero è stata l’evanescenza dei centristi che, accreditati nei sondaggi, non risultano pervenuti ai seggi.

Secondo YouTrend, il “rompete le righe” dei centristi ha pesato. In Azione, partito che Calenda ha schierato per il Sì, ha votato contro il parere del leader ben il 32% della base e un altro 20 per cento si è astenuto. Per quanto riguarda gli elettori di Più Europa e Iv ben il 60% hanno rigettato la riforma, il 18 per cento astenendosi. Quella di Azione è stata una campagna referendaria a macchia di leopardo. In campo Carlo Calenda e Giulia Pastorella, ma non molti altri. Il senatore Marco Lombardo, attivissimo sulle questioni internazionali, del referendum non ha parlato, limitandosi a dire che avrebbe votato No. Nessuna certezza su Matteo Richetti, che dopo aver sottolineato che «Il nostro ruolo è quello di fare opposizione», non ha dichiarato più nulla. «Il cofondatore di Azione, Matteo Richetti, non ha preso parte alla mobilitazione né attraverso i propri canali nazionali né tramite quelli locali», riportava ieri con un filo di preoccupazione il segretario modenese del Pld, Matteo Ciaccia, che in Emilia-Romagna deve essersi sentito un po’ solo.

I radicali di Più Europa sembrano divisi tra chi sta ordinatamente nei ranghi dietro a Conte e Schlein e chi rimane orgogliosamente pannelliano. Tra questi ultimi, Benedetto Della Vedova che è andato a casa di Emma Bonino e ne è uscito con un suo accorato appello al voto. Valerio Federico, già tesoriere di Più Europa, prima ancora delle urne dipingeva uno scenario fosco: «Più Europa di Magi in 87 giorni di campagna referendaria non ha tenuto un solo evento pubblico a sostegno del Sì. Recentemente la vicesegretaria scelta da Magi si è espressa pubblicamente per il No. Infine il Partito ha pubblicato su Facebook 131 post in tre mesi, zero nel merito della materia referendaria o a sostegno del Sì», dichiara l’esponente di Più Europa.

Quanto a Italia Viva, vale tutto il ventaglio delle posizioni possibili. Roberto Giachetti si è speso con tutta la sua energia, da garantista doc, partecipando a maratone oratorie e manifestazioni per il Sì. Lella Paita e Luciano Nobili hanno dichiarato di votare Sì, senza promuoverlo troppo. Il referente del Nord Sardegna, Andrea Viola, ha fatto un suo appello personale. Maria Elena Boschi ha fatto sapere che avrebbe votato Sì, nel segreto dell’urna. A parte loro, il silenzio. Libera cittadinanza per tutte le opinioni. Come del resto traspare dall’appello lanciato ieri da Matteo Renzi, che già guarda agli assetti del centrosinistra: «Abbiamo lanciato le Primarie delle Idee e da sabato 11 aprile lavoreremo per costruire una piattaforma di proposte. Il mio è un appello a tutti quelli che credono nella possibilità per il centrosinistra di giocarsela: che abbiate votato sì, che abbiate votato no, che siate delusi e non siate andati a votare, qualunque sia il vostro stato d’animo, venite a darci una mano nelle Primarie delle Idee». Venite quale che siano state le vostre scelte, quale che sia il vostro stato d’animo: la migliore rappresentazione della confusione che regna tra i riformisti in queste ore.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.