Un amico. Un fratello. Un maestro. Il dispiacere per non averti potuto vedere novantenne, caro Alfredo, quando adducevi dolore alle ginocchia. Eravamo pronti a partire per Genova Memmo e io, che con te avevamo formato il primo “gruppo giustizia” del governo Berlusconi del 1994. Ci hai dissuaso e non ti abbiamo voluto forzare. Peccato. Rimane dentro di me il rimorso, insieme all’altro, quello più antico, per non aver saputo asciugare le tue lacrime quando soffrivi per la sorte di quel decreto che portava il tuo nome e che ai tuoi occhi rappresentava la distruzione di un’onorata e brillante carriera di parlamentare, di ministro, di dirigente del Partito liberale, di famoso avvocato penalista. Quel che non avresti mai voluto vedere, sono i titoli con cui vieni ricordato oggi, da chi ti ha stimato e da chi non ha condiviso quel provvedimento sulla custodia cautelare, che non fu affatto una soluzione per tangentopoli, ma un tentativo di risolvere, per tutti, il problema degli eccessi del carcere preventivo. Ti ci eri impegnato, nonostante fosse chiaro che, se c’era un ruolo che nella vita non avresti mai voluto svolgere, era quello di Ministro della giustizia. Avresti gradito la Difesa, in quel 1994.

“Mi piacciono i generaloni”, dicevi ridacchiando con la consueta verve. Poi più seriamente: “gli uomini dell’esercito sono leali”. Quasi a dire che nel mondo dei processi, che lui frequentava con la sua toga di avvocato, i colpi alla schiena erano più frequenti delle sciabolate a viso aperto. Il destino avverso ebbe le sembianze del Presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il Grande Miracolato degli ultimi mesi della Prima repubblica, rotolato dal nulla alla presidenza della Camera e subito dopo al Quirinale. Scalfaro interloquì parecchio nella formazione del primo governo Berlusconi (anche io fui una sua vittima, quando mi cancellò dalla lista dei sottosegretari alla giustizia e mi preferì Borghezio) e sancì che il Premier non potesse designare il proprio avvocato, cioè Cesare Previti, a fare il Guardasigilli. L’argomento non era del tutto infondato, e Biondi dovette sacrificarsi. Fu attuato lo scambio tra i due: Biondi alla giustizia e Previti alla difesa.

Memmo Contestabile, che poi divenne sottosegretario, e io, che fui eletta Presidente della Commissione giustizia della Camera, eravamo entusiasti. Era il nostro Ministro. Alfredo no, non era proprio contento. Perché, al contrario di Silvio Berlusconi, che esibiva ancora la baldanza un po’ ingenua del neofita, e l’illusione che la vecchia casta politica si sarebbe arresa alla forza elettorale della “società civile”, Biondi aveva già annusato l’aria e non aveva sottovalutato le nubi nere che cominciavano a colorare l’orizzonte. Ma soprattutto l’avvocato Alfredo Biondi conosceva i magistrati. Non si era illuso di essere intoccabile, nonostante la sua reputazione -che comunque non fu mai scalfita – di persona integerrima. E dovrà sopportare le battutine del potente procuratore milanese Saverio Borrelli, che, non riuscendo a inviargli un’informazione di garanzia, insinuava che lui non fosse lucido “a una certa ora della sera”. Piccoli uomini, piccoli magistrati. Proprio perché era lucidissimo a tutte le ore, Biondi era preoccupato. E non si fidava. Aveva alle spalle l’undicesima legislatura, l’ultima della prima repubblica, e ancora negli occhi come era andata e come era finita.

Era stata la stagione in cui avevano comandato sulla politica i pubblici ministeri di Milano, i più puri tra i puri, che si proclamarono Mani Pulite senza tener conto che quarantun suicidi, quanti furono quelli di tangentopoli, forse qualche macchia possono averla lasciata. Ma era stata la stagione in cui, insieme agli arresti e alle conseguenti fiaccolate di entusiasmo di quella famosa “società civile” che tanto era piaciuta a Berlusconi, il Parlamento rispondeva chinando il capo, togliendo dal proprio corpo ogni giorno un nuovo pezzetto di sé. Un pezzetto dei propri diritti, della propria autonomia, delle proprie libertà. Nel 1993 tre importanti eventi seppellirono sotto terra il Parlamento e sua dignità. Così si presentava la galleria dei ministri che avevano amministrato la giustizia quando arrivò Alfredo Biondi, fresco di elezione con Forza Italia nell’inizio della seconda repubblica. Una voce telefonica aveva svolto il ruolo di cecchino e licenziato con un’informazione di garanzia il ministro di giustizia Claudio Martelli, il socialista che aveva voluto al suo fianco il magistrato Giovanni Falcone e che aveva messo al primo punto della sua politica sulla giustizia la lotta alla mafia. Forse aveva sbagliato tema, fatto sta che Borrelli lo mandò a casa.

Era poi arrivato il ministro “tecnico”, quel galantuomo di Giovanni Conso, voluto personalmente da Scalfaro e in seguito da lui medesimo gettato nel circo in pasto ai leoni. Era stato lo stesso Presidente della repubblica, con una regia neanche troppo occulta, insieme al Presidente del consiglio Giuliano Amato, a proporre un’uscita politica da tangentopoli. Ma aveva sbagliato i tempi, perché in contemporanea anche i pubblici ministeri di Milano, accolti come principi in quel salotto buono dello Studio Ambrosetti che ogni anno si riunisce a Cernobbio, luogo pensoso sulle rive del lago, avevano presentato la propria proposta. Che comportava la gogna e l’umiliazione dei politici. Al contrario del “decreto Conso”, che depenalizzava il reato di finanziamento pubblico e prevedeva una sorta di patteggiamento allargato per gli altri reati contro la Pubblica Amministrazione. Ma i pubblici ministeri volevano la gogna, non l’uscita dignitosa delle politica.

Bastò che il procuratore di Milano Borrelli andasse in tv a dichiarare sdegnato che il decreto Conso era un “colpo di spugna” perché tutti i giornali in coro scrivessero “colpo di spugna”, e riprendessero le fiaccolate. E gli avvisi di garanzia e i suicidi. Ma i suicidi non furono solo quarantuno, in quell’anno, ma quarantuno più novecentoquarantacinque, il numero dei parlamentari che, voto più voto meno, uccisero se stessi, la propria dignità, la propria autonomia dagli altri poteri dello Stato, insieme all’immunità prevista dalla Costituzione. Andammo al patibolo, vittime della furia giacobina che invadeva il Paese, ma anche della nostra debolezza. Ecco perché il mio amico Alfredo, pur non avendo voluto mai andare a occupare quel posto dove erano già stati ghigliottinati Martelli e Conso, rialzò la testa quando, da avvocato e da liberale, decise di affrontare il problema della custodia cautelare.

Chi dice che il “decreto Biondi” (in realtà era “decreto Biondi-Maroni”, prima che il ministro della Lega facesse il suo “disconoscimento di paternità”, come lo definì lo stesso Guardasigilli) fu scritto per favorire la politica, mente spudoratamente. Lo dicono i numeri: dei 2750 detenuti che furono scarcerati in quei giorni, solo 43 erano stati arrestati per fatti legati a tangentopoli. Ma il dato più eclatante è il seguente: quando il governo fu costretto a ritirare il decreto, meno del 10% delle persone che erano state scarcerate fu di nuovo ammanettato. Tanto era indispensabile la custodia cautelare di massa. Alfredo ha sofferto molto, per quella vicenda. Memmo Contestabile, che ha un senso dello humor simile a quello del nostro amico che da ieri ci ha lasciati, ricorda episodi esilaranti. «Nel breve tragitto che eravamo costretti a fare dalla Camera al Senato, dovevamo subire insulti continui. I cittadini si insinuavano tra noi e le nostre scorte e ci riempivano di sputi. Arrivavamo in Parlamento tutti bagnati di saliva». Ma c’era poco da ridere. E fu di nuovo la regia perfetta dei pubblici ministeri di Milano a far scattare la mannaia. Se ai tempi del decreto Conso era stata la figura un po’ ieratica del procuratore Borrelli, con occhialini d’oro e foglietto in mano, a uccidere il ministro e la sua legge, a Biondi fu elargita un’immagine selvaggia di quattro giovanotti scarmigliati e con la barba lunga. I pm Di Pietro, Colombo, Greco e Davigo dissero che senza manette loro non potevano lavorare, quindi erano costretti a chiedere il trasferimento.

La regia televisiva comportò anche che, mentre i quattro parlavano, scorressero alle loro spalle le immagini di persone famose come l’ex ministro De Lorenzo (che comunque non fu più riarrestato) che lasciavano il carcere. La gogna andava in onda su ogni rete. Il “decreto Biondi” visse sei giorni. Nacque di mercoledi, il 13 luglio 1994. Morì il 19, quando Giuliano Ferrara, ministro per i rapporti con il Parlamento, lo ritirò ufficialmente. Ma molti di noi di Forza Italia lo votammo lo stesso. Avevamo preso coraggio, rispetto ai tempi (un anno prima) della prima repubblica. E lo dobbiamo alla forza di un uomo come Alfredo Biondi. È vero, aveva un nodo in gola e non riusciva a parlare, la notte precedente la bruciante sconfitta, quando Berlusconi lo chiamò a Palazzo Chigi per prendere la decisione. Ma era il nodo in gola di una persona dignitosa e sempre attenta alle garanzie di tutti. Che aveva dedicato la vita a realizzare i principi liberali con cui era cresciuto, dall’economia alla giustizia, e che vedeva la sua vita improvvisamente ristretta e vincolata a un solo episodio. A qualcosa in cui credeva, a un processo giusto in cui accusa e difesa potessero avere lo stesso peso e in cui non si sbattesse la gente in galera prima di esser stata giudicata.

Tutte cose difficili da capire sia da quella sinistra di allora che sosteneva le campagne di moralizzazione dei pubblici ministeri ma poi prendeva i soldi da Mosca, che da quattro giovanotti con la barba lunga che in fondo avevano solo vinto un concorso. E che non avevano nella propria cultura giuridica – neanche quello che si fa chiamare “dottor Sottile” – neanche un grammo di quei principi che hanno caratterizzato la vita intera di questo grande novantaduenne che ci ha lasciato. E che vogliamo ricordare anche scrivendo ogni giorno un giornale che è anche un po’ il frutto di quel che Alfredo Biondi ci ha lasciato.