È già uscito di galera – brevissima – dopo aver pagato una cauzione di sei milioni, frutto di una colletta fra amici preziosi e nel teleschermo davanti al giudice si è dichiarato “Not guilty”, non colpevole. Il che significa: voglio il processo, non tratto.

Fuori dal tribunale, per strada, era tutto transennato e Steve Bannon è passato con aria di sfida fra un centinaio di persone piuttosto ostili, senza mascherina e la faccia da impunito.
Lo avevano ammanettato non gli agenti del Fbi, ma quelli del Post Service, l’Ufficio postale federale che è al centro della polemica perché dovrebbe essere messo in grado di ricevere per e-mail i voti dei cittadini americani il 4 novembre, bloccati a casa dal Covid, cosa che a Trump non piace affatto.

Lo hanno ammanettato sul molo appena sceso dal motoscafo di uno stramiliardario cinese. Portato in corte, ne è uscito con porta girevole in poche ore. E Trump gli ha subito acceso una catena di petardi sulla coda: “Bannon sa benissimo di averla fatta grossa contro il mio parere e sa che l’ho dovuto cacciare via per questo”. Per questo e per aver pubblicato “Fire and Fury” in cui aveva massacrato la figlia del presidente Jovanka e suo marito Kushner che Trump usa come suo consigliere speciale per il Medio Oriente.

Trump ieri ha insistito ogni volta che i giornalisti gli sono andati sotto: “Gliel’avevo detto mille volte che quella del muro col Messico può essere soltanto un’opera federale finanziata dal governo e non con sottoscrizioni private. Lui se ne è fegato e questi sono i risultati. Peggio per lui, non mi riguarda”. Furibondo.

Il discorso di Biden di ieri lo stava già inquietando perché ha dovuto ammettere che il suo competitor sa il fatto suo. E poi non poteva negare che Bannon è stato il suo mentore, l’artefice della sua vittoria del 2016 perché aveva creato una ideologia di estremo liberismo identitario occidentale che poi si era andato a rivendere in molti Paesi, specialmente in Europa, prima di tutto in Italia dove Lega e Fratelli d’Italia stravedevano per l’amico americano.

In Italia Bannon aveva scelto la deliziosa Certosa di Trisulti nel comune di Collepardo in provincia di Frosinone come luogo della futura Accademia conservatrice del pensiero europeo.
Anche la parte ideale del motto “America First” (che non è stato inventato da Trump ma da Reagan) era frutto della sua strategia ideologica, più che commerciale: gli Stati Uniti guidano una coalizione culturale mondiale dalle forti radici giudaico-cristiane, liberiste e unite nella difesa dei primati dell’Occidente. Di tutto ciò Trump non parla più.

Non l’aveva digerito già allora tutto questo discorso e aveva scaricato con insofferenza il petulante ideologo come un trouble-maker, uno che porta solo guai. E adesso, ecco che viene alla luce la più vile e squallida delle accuse: il grande pensatore, l’ideologo intascava i soldi delle vecchiette ottenuti per costruire un muro contro il fantasma dell’immigrato selvaggio. Se ne era messi in tasca, dicono i procuratori, alcuni milioni per riparare le sue finanze e quelle di un gruppetto di amici.

D’altra parte, è innegabile che era stato proprio Bannon a portarlo alla vittoria sull’idea della grande frontiera invalicabile con il Messico (che era stata cominciata e portata avanti per decine di chilometri da Bill Clinton e Barak Obama).

Aveva iniziato una lucrosa colletta per far entrare dal Messico soltanto chi ha un regolare passaporto. Grande successo: furono raccolti ventidue milioni di dollari. Poi il deep State che giuoca contro Trump comincia a fare le pulci sui conti di alberghi, ristoranti, voli, carte di credito, hotel di lusso, taxi, spendi e spandi e insomma secondo i magistrati mancherebbero all’appello un paio di milioni di dollari che, com’è noto, non sono bruscolini. I calcoli sono in corso e tutte le pezze d’appoggio saranno esibite in tribunale.

La difesa di Bannon è stata: “E allora? Noi siamo una associazione privata che fra amici raccoglie fondi privatissimi per completare la barriera sul confine messicano. Che cosa ve ne importa se abbiamo usato qualcosa per lavorare più tranquilli. È una faccenda privata. La conoscete la parola “privato”? Non vi riguarda”.
Tutto inutile: manette, televisioni a New York, può radunare le sue cose e tornare a casa, per ora. Poi le darò vent’anni di galera.
Bannon è stato l’ideologo intellettuale di Trump. Un po’ come il professor Miglio di Bossi. E Trotsky per Lenin, quello che esporta la rivoluzione. Così i giornali italiani si riempirono di visioni: Bannon appariva più della Madonna. Sembra che la Meloni ha visto Bannon. Salvini e Bannon hanno cenato e vanno pazzi l’uno per l’altro, peccato che non si capiscano. Di Maio poi, oh! vede Bannon e si invaghisce. Bannon è come Giovanni Battista: predica l’avvento del populismo e raccomanda cottura lenta. Titoli: Bannon crea un seminario, Bannon affitta un chiostro, vuole un intero convento.

Meno agitata la nostra Giorgia Meloni che alla fine dà buca a Bannon e si schiera con i conservatori europei. Ma il Matteo leghista che si era già tolto la penna dal cappello per sostituirla con la pennetta al pomodoro ‘n goppa, accoglie il verbo e questa faccenda del cristianesimo agitato lo convince particolarmente: è il momento in cui Salvini crea il suo piccolo rito con tutte quelle madonnine da filo dentario che bacia e raccoglie tutte sbaciucchiate, quanta orale devozione.

Bannon ha giuocato la carta delle radici cristianogiudaiche per fottere la Germania con un clima da crociata che possibilmente faccia saltare l’Unione Europea, attizzi i sovranismi e abbatta la Merkel, applaudendo la Brexit, ma prendendo le distanze dai fascismi: “Noi siamo nemici del fascismo che significa Stato centralizzato, Noi siamo per i populismi di destra e anche di sinistra, oggi è l’ora di sparigliare”. E convinse secondo molti personalmente Di Maio a sparigliare con Salvini, e poi a risparigliare con Zinga. Grande stratega movimentista, Bannon.
Trump sente però puzza di bruciato: vede che il suo ex regista va a ruota libera e succede il disastro di Charlottesville con uno scontro fra incappucciati del Ku Klux-Klan (tradizionalmente democratici e non repubblicani, peraltro) con rissa tra afroamericani attaccati da suprematisti bianchi. La Casa bianca fa il pesce in barile ed è un momento pessimo perché nel partito repubblicano c’è rivolta: “Noi siamo gli eredi di Lincoln, non delle leggi di Jim Crow”, dicono. Tutti additano Bannon: perché non ha parlato chiaro? Lui offre le sue dimissioni, respinte una prima volta e richieste imposte poco dopo. Bannon dice: ok, sogno finito, questa presidenza non è più la nostra, intanto abbiamo un grande movimento e proseguiremo con quello. Intanto fa uscire un libro di attacco alla famiglia Trump, ed è ora di sloggiare e anche alla svelta. Bannon però ha ancora la cassa della sua sottoscrizione, detestata da Trump che non vuole essere debitore nei confronti di nessuno. Il muro è suo e ricorda continuamente che non l’ha inventato lui ma Bill Clinton e poi lo stesso Obama. Bannon però è ormai in business: la colletta ha superato i venti milioni e che male c’è se ne spendiamo un paio per le urgenze personali immediate. In tribunale sarà dura perché i procuratori la vedono alla vecchia maniera: è una frode alle spese di ignari finanziatori del progetto “We Build The Wall” (noi costruiamo il muro). Lo schema della truffa è ciò che inglese si chiama appunto “the scheme”, di cui il più noto è il “Ponzi scheme”.
Non si tratta soltanto di frode, ma anche di riciclaggio e crimini telematici per aver usato software criptati con cui travasare le somme su una società fantasma da cui poi attingevano. Non è come la cresta alla cassetta dell’elemosina. Naturalmente l’arresto del vecchio amico che lo catapultò alla Casa Bianca è diventato un pezzo del gioco elettorale: quanto male farà a Trump? Trump strepita che Steve era impazzito e l’aveva dovuto cacciare con una pedata nel sedere. Però Bannon è il sesto uomo che nei quattro anni della Presidenza Trump passa dalla Casa Bianca alla galera.