“Era stata l’Italia intera a vincere. Insieme, accomunati dalla stessa felicità. Anche la politica scese in campo bipartisan: un fatto unico”. Gianni Rivera ricorda la “partita del secolo” e quel gol, quel suo gol che la decise. Lo fa a 50 anni di distanza. Città del Messico, stadio Azteca, mercoledì 17 giugno, oltre 107mila persone sugli spalti. C’è la semifinale della Coppa del Mondo tra Italia e Germania. Sarà una partita spettacolare, la più spettacolare del ‘900. Finirà 4 a 3 per gli azzurri, ultimo gol del golden boy (“in campo ero convinto di aver segnato di sinistro”. Battaglia vera, “un assedio”.

Rivera ricostruisce quella sfida epica in un’intervista a Il Resto del Carlino. L’anno prima aveva vinto il Pallone d’Oro. A soli 15 anni aveva esordito in Serie A, figlio di un fabbro e di una casalinga. “Volevo solo giocare a pallone e vincere: è stato il mio divertimento. Quando ho smesso col Milan a 36 anni mi sono emozionato per la prima e ultima volta”. L’Italia del Mondiale del ’70 è fortissima: ci sono Riva, Facchetti, Boninsegna e Mazzola. Con quest’ultimo nasce una rivalità asfissiante. Non possono giocare insieme, si decide. E Rivera lascia intendere per motivi politici: “Si decise a tavolino che io e Mazzola avremmo fatto un tempo per uno. Tecnicamente era un nonsenso, non si poteva stabilire in anticipo una mossa tattica così: io e Sandro la pensavamo allo stesso modo, era assurdo”.

La partita è lunga e rocambolesca. Boninsegna segna subito, all’ottavo minuto. Schnellinger, compagno di squadra di Rivera nel Milan, pareggia al 90esimo. E già questo è un aneddoto: “Il tempo era scaduto e lui, un difensore che non aveva mai passato la metà campo in vita sua, si avviò verso gli spogliatoi, in direzione della nostra porta. Voleva evitarci, la sconfitta era cocente. Ma i tedeschi fecero un’ultima azione, arrivò un pallone in mezzo all’area e Schnellinger era proprio lì, da solo. La mise dentro”. Tutto da rifare. Ai supplementari segna prima Gerhard Muller, poi gli azzurri passano avanti con Burnich e Riva. Al minuto 110 angolo per la Germania. Facchetti marca l’uomo, Rivera si guarda attorno. “Mi misi io a guardia del palo: non l’avevo mai fatto prima”. Muller lo punisce proprio sul suo palo.

“Mi sentivo responsabile”, ricorda Rivera. Per poco non si punisce con la testa contro il palo. Al calcio d’inizio avrebbe voluto dribblare tutti e andare in porta, “ma vidi un muro bianco di maglie avversarie. Passai corto a Facchetti, che lanciò Boninsegna sulla sinistra, lui resistette a una carica, andò sul fondo e crossò rasoterra in area”. E Rivera lì a farsi perdonare. “Istinto, tecnica e talento. Ero partito per mettere la palla di sinistro sul palo opposto. Con la coda dell’occhio vidi il portiere andare da quella parte e in una frazione di secondo cambiai idea: colpii di piatto destro. Presi Maier in contropiede e fu il 4-3“. Italia in finale, dove avrebbe trovato il Brasile di Pelé (un’esecuzione: finì 4 a 1 per i verdeoro). Rivera entra a soli 6 minuti alla fine: “Ero tra i più freschi, avrei avuto libertà di movimento contro una squadra che trascurava la difesa. Era la mia partita ideale, più di tutte le altre. Chissà come sarebbe finita, anche se quello era il Brasile di Pelé”.