Sta facendo molto discutere la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il direttore de l’Unità, Piero Sansonetti, imputato per diffamazione nei confronti dell’ex magistrato Roberto Scarpinato. Il pubblico ministero ha chiesto una condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione, non accolta dal Tribunale, che ha comunque disposto un pesante risarcimento. Una richiesta di pena esemplare che, per molti osservatori, colpisce non solo la libertà di stampa ma anche il diritto al dissenso. Ne parliamo con Ermes Antonucci, giornalista de “Il Foglio”, anch’egli destinatario negli anni di querele, richieste risarcitorie molto elevate – con le inevitabili pressioni che ne derivano – e, di recente, persino di un monito inquietante. “Dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti… nel senso che tireremo su una rete”, parole pronunciate da un importante Procuratore.

Partiamo proprio dal caso Sansonetti: che lettura dà di questa vicenda? Si tratta di una richiesta di pena giustificata dall’insistenza con cui il direttore ha posto interrogativi sul tema “mafia-appalti” del 1992, oppure siamo di fronte a un segnale più generale che involge la libertà di stampa quando si critica l’operato dei magistrati?

Siamo di fronte a un attacco frontale alla libertà di stampa, che dovrebbe indignare tutti, a partire dagli organi che in teoria dovrebbero rappresentare la categoria giornalistica (Ordine e Fnsi) e che invece troppo spesso, quando c’è di mezzo la magistratura, si voltano dall’altra parte e tacciono in maniera imbarazzante. Sansonetti si è limitato a porre dei semplici interrogativi a due magistrati, ormai in pensione, riguardo l’archiviazione di un’indagine a cui Paolo Borsellino teneva tanto. Questo è un dato storico, basato su plurime testimonianze e persino sentenze definitive, così come è un dato di fatto che quell’indagine venne archiviata pochi giorni dopo l’uccisione di Borsellino, proprio su richiesta dei due magistrati in questione. Chiedere a questi ultimi chiarimenti su come siano andati effettivamente i fatti mi pare cosa lecita e anche logica da parte di un giornalista. Trovo incredibile che per queste domande Sansonetti sia stato condannato a pagare circa 140 mila euro di danni ai due ex magistrati. Ancor più surreale è la richiesta di pena avanzata dalla giovane pm, che evidentemente ignora che la Corte europea dei diritti dell’uomo fin dal 2004 ha affermato il principio secondo cui, al di fuori dei casi eccezionali rappresentati dai discorsi d’odio e dall’incitazione alla violenza, l’applicazione di una pena detentiva nei confronti di un giornalista costituisce un’ingerenza sproporzionata nel terreno della libertà di stampa.

Molti osservatori sostengono che, quando oggetto della critica è l’attività di un magistrato, la reazione giudiziaria tende a essere più severa rispetto a quella riservata ai comuni cittadini. Secondo lei esiste davvero, nella prassi, un doppio standard nella tutela penale dell’onore dei magistrati?

Assolutamente sì. Lo dimostrano i numeri, come quelli evidenziati nella ricerca svolta dai professori Pieremilio Sammarco e Vincenzo Zeno-Zencovich, secondo la quale i magistrati accolgono le richieste di risarcimento per diffamazione avanzate da loro colleghi nel 71% dei casi, un dato nettamente superiore a quello relativo alle altre categorie di persone.

Da cronista giudiziario, lei ritiene che oggi un giornalista sia realmente libero di criticare l’operato della magistratura, oppure esiste un rischio concreto di autocensura, dovuto alla paura di querele, processi e richieste risarcitorie molto elevate?

La prima forma di autocensura è quella che tanti giornalisti di giudiziaria si autoimpongono nel momento in cui decidono di ridurre la propria attività alla pubblicazione delle notizie provenienti dalle procure e dagli ambienti della polizia giudiziaria. È chiaro infatti che nel momento in cui ciò avviene (nella gran parte dei casi, purtroppo), il giornalista si ritrova legato a doppio filo in un rapporto di “dipendenza” proprio con quella categoria, la magistratura, nei confronti della quale in teoria dovrebbe esercitare il diritto di critica. Così il giornalista da “cane da guardia” si riduce a essere passacarte o megafono dei pm. Il giornalista di giudiziaria può però scegliere di svolgere anche un altro tipo di attività, che poi è l’unica che può realmente essere ricondotta a quella di giornalista, non limitandosi a pubblicare le carte degli inquirenti, studiando le carte e muovendo anche critiche fondate nei confronti dell’operato della magistratura. In questo caso, è chiaro che la presentazione di querele e richieste risarcitorie elevate da parte dei magistrati rischia di determinare un effetto intimidatorio sul giornalista, in violazione dell’articolo 21 della Costituzione.

Lei stesso ha scritto spesso in modo critico sul funzionamento della giustizia e ha raccontato di aver ricevuto attacchi e pressioni per il suo lavoro. Può raccontarci se queste iniziative abbiano inciso, e come, sul suo modo di fare giornalismo?

Come ho sempre specificato, ognuno ha il diritto sacrosanto di tutelare la propria onorabilità in sede giudiziaria se si sente diffamato, soprattutto sulla stampa, ma cosa diversa è avanzare querele e richieste danni palesemente infondate e con finalità intimidatorie. Un pm mi ha querelato quattro volte e in una delle querele sostiene addirittura di sentirsi “vittima di stalking” per i miei articoli. Negli ultimi due anni ho ricevuto una marea di richieste risarcitorie dalle cifre stratosferiche (200mila euro, 100mila, 50mila, 40mila…). Dove non arrivano le querele arriva l’Anm, che in un’occasione si è spinta persino a diffondere un comunicato in cui si affermava che un mio articolo “di certo supera il diritto di critica giudiziaria”. Praticamente una sentenza. Tutto ciò, come sanno bene i lettori de Il Foglio, non ha influito minimamente sul mio modo di fare giornalismo, fondato sulla verifica delle notizie, sull’approfondimento e sulla critica legittima all’operato della magistratura. Il mio pensiero, tuttavia, va a quei colleghi che – essendo freelance o lavorando in redazioni più piccole – spesso non hanno la fortuna di poter contare su uno studio legale che li supporta nei procedimenti giudiziari e devono affrontare ogni spesa di tasca propria. Questo scenario inevitabilmente condiziona il libero esercizio dell’attività giornalistica.

Se davvero esiste un problema di equilibrio tra tutela della reputazione dei magistrati e libertà di stampa, quali potrebbero essere, a suo avviso, gli strumenti – normativi o culturali – per evitare che l’azione penale per diffamazione si trasformi in uno strumento di intimidazione nei confronti dei giornalisti?

Il problema esiste ed è strettamente legato al senso di irresponsabilità che anima i magistrati italiani. Un senso di irresponsabilità alimentato dall’assenza sostanziale di valutazioni di professionalità, dalla timidezza (per usare un eufemismo) del sistema disciplinare delle toghe e dalla mitizzazione dei magistrati svolta da una parte degli organi di informazione. Sul piano normativo, potrebbe aiutare l’approvazione di una legge che favorisca l’archiviazione rapida per le cause chiaramente infondate, sanzioni per chi promuove azioni legali temerarie, rimborso delle spese legali realmente affrontate dal giornalista.