Il ritiro di Arcelor Mittal dall’ex Ilva di Taranto è un grave colpo per il nostro sistema produttivo e una conferma della gestione disastrosa del governo e dell’assenza totale di soluzioni per il rilancio delle imprese italiane. Perdere la seconda manifattura siderurgica europea significa mettere in guai pesantissimi l’intera filiera del settore dell’acciaio. Il movimento Cinquestelle è il principale responsabile dell’assoluta inconsistenza della politica industriale che a Taranto ha prodotto una bomba sociale pronta a deflagrare sul Mezzogiorno con un’onda d’urto che avrà ripercussioni sull’economia dell’intero Paese, con conseguenze imprevedibili, per certi versi irreparabili, non solo in rapporto all’economia nazionale ma anche al posizionamento stesso dell’Italia in Europa. Il genio, la creatività e l’operosità del nostro tessuto socio-imprenditoriale, che nel made in Italy trova una delle sue espressioni migliori, sono la chiave per riaccendere il motore del protagonismo italiano sulla scena europea, dove il nostro Paese deve tornare a occupare un ruolo centrale tutelando le proprie aziende. La condizione del rilancio è il cambiamento dell’approccio politico dilettantesco dell’attuale governo, che subordina il bene comune al mero calcolo elettorale di Pd-5S, proprio come avvenuto con l’eliminazione dello scudo penale, che di fatto impedirebbe a qualsiasi gestore di risanare l’ex Ilva. L’attuale ministro dello Sviluppo economico afferma che Arcelor Mittal avrebbe totalmente sbagliato il piano industriale. Questa è una banalizzazione fuorviante ed errata nel merito, sintomo di ignoranza dei fatti. Il quadro è complesso. Ed è bene ricordarlo agli esponenti del governo.

Oggi a Taranto si producono circa 4 milioni di tonnellate di acciaio che non bastano a raggiungere il break-even: per realizzare gli investimenti fissati dal piano industriale bisognerebbe arrivare almeno a una produzione di 7 milioni di tonnellate. Il problema è che anche Arcelor sconta la crisi generale del mercato europeo di settore. A questa poi si aggiungono i dazi imposti da Trump, che hanno dirottato sull’Europa quantitativi enormi di acciaio, in particolare provenienti dalla Turchia, arrivata ormai a coprire qualcosa come il 33% del totale del mercato europeo, quasi raddoppiando la propria presenza, a prezzi da pura concorrenza sleale (350 euro a tonnellata contro i 500 che un mercato corretto richiederebbe). Ebbene: invece di puntare il dito sugli imprenditori che investono e tentano di districarsi in questa giungla, il governo giallo-rosso dovrebbe arginare gli effetti devastanti di questo mercato fuori controllo. Purtroppo, però, in Europa l’esecutivo Conte brilla per la sua assenza. Quel che servirebbe è una revisione delle misure di protezione contro l’acciaio turco e cinese, modificando la cosiddetta Salvaguardia già esistente ma insufficiente, ad esempio agendo sul market share e fissando una quota massima di acciaio extra Ue accettabile sul mercato europeo, come ho richiesto a Bruxelles insieme al vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani dopo la sentenza del Wto sul caso Airbus. Un ex ministro pentastellato continua poi a insistere su un fantomatico “futuro green” dell’impianto tarantino sfruttando imprecisati fondi Ue. La verità è che colpendo a morte l’ex Ilva come si sta facendo, si apre una voragine nella capacità di approvvigionamento nazionale dell’acciaio. Il nostro fabbisogno attuale è pari a circa 12 milioni di tonnellate all’anno, e i due grandi player nazionali ne producono oggi circa 8,5 (Arvedi 4,5 milioni, Taranto 4 milioni). Non solo. Bloccare definitivamente la produzione pugliese comprometterebbe la prospettiva stessa di un recupero ecologico del sito, in quanto bloccherebbe anche il miliardo e 100 milioni di euro previsti nel piano industriale per la bonifica dall’inquinamento dell’area (oltre agli 1,8 miliardi per acquisto dell’azienda e all’1,2 per il revamping). I paladini dell’ambiente diventerebbero così i principali fautori della sua devastazione.

È un illuso chi nell’esecutivo scommette sul contenzioso legale per costringere Arcelor a rimanere: il gruppo franco-indiano potrebbe facilmente fare valere, da un lato, i continui cambi di idea dei nostri governi sullo scudo penale, e dall’altro, l’imprevisto ridimensionamento della capacità produttiva legato allo stop di un alto forno, quali modifiche determinanti delle condizioni di partenza previste dal contratto. A che prezzo? Anni di battaglia legale, blocco di investimenti, perdita di migliaia di posti di lavoro, interruzione delle bonifiche. Insomma: siamo di fronte a un’intollerabile commedia dell’assurdo messa in scena dai giallo-rossi. Uno spettacolo imbarazzante che il Paese non merita, e per mettere fine al quale, come Forza Italia, combatteremo con tutte le armi a nostra disposizione. A Roma come a Bruxelles.