Eugenio Scalfari sta facendo un’operazione straordinaria: arrivato a 95 anni vuole essere protagonista anche della sua commemorazione in un certo senso anticipandola. Lo sta facendo anche attraverso un libro come quello, molto bello, scritto su sua ispirazione da Antonio Gnoli e Francesco Merlo (Grand Hotel Scalfari) e attraverso le recensioni e le presentazioni che esso sta avendo. Pur non avendo condiviso il nocciolo duro della posizione politica assunta da Eugenio Scalfari dai tempi del rapimento di Moro in poi non esito a dire che la cerimonia in atto è del tutto meritata. Scalfari è stato insieme un grande giornalista, un grande direttore di giornali, un grande editore, editore di sé stesso e anche un grande businessman. Come giornalista e direttore di giornali è stato pari a Indro Montanelli che forse gli è stato superiore sul terreno della scrittura, ma certamente non su quello editoriale. Come editore di sé stesso indubbiamente Scalfari ha prevalso su Montanelli che su questo terreno ha avuto risultati assai contraddittori (vedi La Voce). Invece Eugenio Scalfari ha fondato, lanciato e fatto crescere un nuovo quotidiano come La Repubblica diventato fondamentale nel giornalismo italiano e nella dialettica politica (non a caso per tutta una fase si è parlato di giornale-partito). Ma anche come businessman Scalfari è stato molto abile perché ha fatto crescere l’impero editoriale da lui fondato e poi l’ha venduto a Carlo De Benedetti al momento giusto quando le sue quotazioni erano molto elevate diventando così anche miliardario. Questo libro (ma non solo esso) mette in evidenza anche una attenzione, un “naso”, una curiosità, una sensibilità che nessun altro direttore di quotidiani ha mai coltivato in modo così accentuato per scrittori (in primo luogo Italo Calvino e Umberto Eco) e per fenomeni culturali (vedi “il gruppo 63”). Non parliamo poi della incredibile “liaison dangereuse” fra Eugenio Scalfari e papa Bergoglio che per qualche aspetto ha anche dato luogo a “scarti teologici” che, a seconda dell’esito dello scontro durissimo in atto nella Chiesa, potranno anche provocare messe a punto sul terreno dell’ortodossia, come hanno messo in evidenza i colpi di fioretto tirati dal cardinale Ruini nella sua intervista al Corriere della Sera. Poi Scalfari non solo ha designato il suo successore (Ezio Mauro), ma ha continuato a scrivere ogni domenica un articolo che, parafrasando Hegel, è stata in tutti questi anni “la preghiera laica” della sinistra italiana. E qui, però, sul piano più strettamente politico emergono i limiti e le contraddizioni di Eugenio Scalfari, che non a caso in Grand Hotel ha molto sfumato e ridotto la parte più specificatamente dedicata alla sua azione politica che pure c’è stata e anzi è stata molto ambiziosa. Infatti per tutta una fase Scalfari è stato l’ispiratore, il maître à penser, il leader reale della sinistra italiana di matrice berlingueriana, che ha accompagnato, talora guidato, dagli ultimi tempi del Pci fino al Pd attraverso una serie di tappe intermedie (il Pds, i Ds). Orbene, a nostro avviso, su questo terreno egli è andato incontro a uno smacco. Questo fallimento è stato ancor più significativo perché Scalfari aveva nelle sue corde e nel suo retroterra culturale la possibilità di favorire un esito diverso dal disastro attuale della sinistra italiana.

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Infatti a nostro avviso la via maestra della sinistra “storica”, cioè del Pci e del Psi, era solo una, la formazione di un grande partito socialdemocratico e riformista. Questo fu a suo tempo l’auspicio di grandi leader socialisti come Riccardo Lombardi, Fernando Santi, Antonio Giolitti, più recentemente di Rino Formica, di Claudio Signorile, di Enrico Manca, di Nicola Capria e nel Pci, in modo contradditorio visto il suo finale filosovietismo, di Giorgio Amendola e dei miglioristi come Giorgio Napolitano, Gherardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso, Paolo Bufalini, Umberto Ranieri. E invece no, nel cuore del Pci prevalse il berlinguerismo che considerava la Dc come l’alleato preferenziale e il Psi, non solo il Psi craxiano ma ogni socialista autonomo, come un nemico da distruggere o, nel migliore dei casi, un alleato subalterno appartenente ad una razza inferiore. Orbene, Eugenio Scalfari era dotato di tutto l’armamentario culturale, la modernità di linguaggio e di relazioni per consigliare al Pci di approdare a quell’esito riformista e socialdemocratico in grado di costruire una autentica alternativa alla Dc mediando fra i due partiti invece di spingere per l’accentuazione della conflittualità, arrivando addirittura a privilegiare il rapporto con De Mita perché esprimeva il massimo della conflittualità democristiana a Bettino Craxi che così sarebbe stato chiuso in una morsa. Invece su questo terreno Eugenio Scalfari ha portato alle estreme conseguenze le contrapposizioni milanesi sviluppatesi con Bettino Craxi ai tempi in cui comunque il Psi lo aveva eletto deputato insieme a Lino Jannuzzi per la bella battaglia condotta contro il generale De Lorenzo, il piano Solo e quant’altro, allo scopo di metterli al riparo da una incredibile condanna. Da allora in poi Eugenio Scalfari ha ritenuto che i socialisti fossero gli avversari da battere, a maggior ragione quando Craxi accentuò l’autonomia culturale e politica dal Pci: egli, un liberale di sinistra, così lontano dal dogmatismo paleo-marxista, arrivò a rinfacciare a Bettino di aver tagliato “la barba del profeta” quando questi, insieme a Luciano Pellicani, ne Il vangelo socialista, che fu la Bad Godesberg del socialismo italiano, scrisse un saggio che conteneva in sé un revisionismo tratto dall’elaborazione culturale liberal-socialista. Così Scalfari fece da sponda a Berlinguer nel cavalcare la questione morale che era di per sé un’autentica mistificazione perché il Pci era il partito che cumulava insieme le più numerose voci del finanziamento irregolare (quello proveniente dal Pcus, quello derivante dal commercio con l’estero, quello dalle cooperative rosse e dai lavori pubblici intermediati da Italstat, quelli degli imprenditori privati che lavoravano nelle regioni rosse) e presentava su questo terreno da molti anni i problemi ricordati dallo storico Guido Crainz in uno dei suoi libri, Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi. In quel modo Scalfari ha contribuito a deviare tutto l’asse politico prima del Pci, poi del Pds quindi del Pd, in una dimensione moralistico-giustizialista-ultraliberista che ha contribuito a cacciare il Pd nel vicolo cieco in cui si viene a trovare. Infatti l’operazione Mani Pulite, di cui Scalfari – insieme al pool dei Pm di Milano, ai direttori della Stampa, del Corriere della Sera, dell’Unità, ad alcune trasmissioni televisive– è stato uno dei protagonisti, è certamente servita a distruggere Craxi, il centro-destra della Dc, i partiti laici (Partito Repubblicano compreso) salvando, a parità di finanziamento irregolare, il Pds e la sinistra democristiana.

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A quel punto però al posto di Craxi, Andreotti, Forlani, il Pds si è trovato di fronte Berlusconi che ha federato un vasto schieramento di centro-destra e non è mai riuscito a vincere la partita contro il Cavaliere. Anzi, non avendo più a fianco un alleato naturale come il Psi, il Pds-Ds ha dovuto mettere assieme una sorta di “invincibile armata” da Di Pietro a Turigliatto, che ha dato vita a un bipolarismo anomalo che ha prodotto governi di centro-destra e di centro-sinistra a basso livello di efficienza e di riformismo. Poi, quando questo bipolarismo anomalo ha dovuto affrontare problemi imprevedibili quali una lunga recessione, il terrorismo islamico, migrazioni assai intense, la crisi dell’Europa, ecco che esso è entrato in crisi sia dal lato di Forza Italia sia dal lato del Pd e questa crisi ha prodotto il collasso del sistema politico uscito dalla resistenza e l’affermazione di due nuovi autentici mostri, il Movimento 5 stelle e la Lega di Salvini. L’assenza di un grande partito riformista e social-democratico saldamente collegato con la classe operaia e i sindacati, il decollo di un partito “liquido” relativamente moderno, culturalmente neo-liberista, fragile nel suo radicamento, subalterno ai magistrati ha aperto un varco attraverso il quale è passato e sta passando di tutto, un sovranismo contiguo alla destra più pericolosa, un populismo antipolitico, antindustriale, antiparlamentare. Di conseguenza può ben dirsi che la vita di Eugenio Scalfari è segnata da straordinari successi editoriali, da un giornalismo di alto livello, dalla scrittura di libri di notevole qualità, ma anche da una sconfitta politica di fondo che purtroppo oggi rischia di intrecciarsi con la crisi della democrazia nel nostro paese visto che, precedentemente, l’uso politico della giustizia ha contribuito a distruggere una serie di forze politiche, in primo luogo il Psi e l’area moderata della Dc, che erano essenziali per la tenuta della democrazia italiana.