Tra i beni sequestrati al clan Polverino, per un valore di circa 10 milioni di euro, c’è anche una scuola privata che accoglieva bambini per le classi d’infanzia e della primaria. E’ quanto emerge da una indagine del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli, coordinata dalla Direzione Distrettuale partenopea, che ha portato a un decreto di sequestro  di una serie di immobili ubicati a Marano di Napoli, comune a nord della città partenopea.

Si tratta di due ville da dodici vani complessivi, due garage ed un magazzino-deposito alla via Marano-Quarto, sei locali commerciali ubicati alla via San Rocco, un magazzino deposito ubicato alla via della Recca, tre appezzamenti di terreno delle dimensioni complessive di 39.220 metri quadri, un immobile adibito a scuola in via Caracciolo.

Non si tratta della prima scuola sequestrata alle organizzazioni camorristiche presenti a Marano. Nell’ottobre del 2017 infatti una a scuola paritaria primaria di Calvizzano venne sequestrata sempre dai carabinieri perché intestata a un prestanome del clan Orlando, nato successivamente da una costola del clan Polverino.

L’ultimo provvedimento è stato eseguito nei confronti dei proprietari degli immobili, Antonio Simeoli, Luigi Simeoli e Benedetto Simeoli, rispettivamente padre e figli, già destinatari nel 2013 di ordinanza di misura cautelare perché ritenuti responsabili per i reati di partecipazione ad associazione camorristica denominata clan Polverino, falsità ideologica in concorso, abuso di ufficio e trasferimento fraudolento di valori; condotte per le quali riportavano condanne irrevocabili.

Il sequestro scaturisce dalle risultanze acquisite all’esito di una complessa attività investigativa, coordinata dalla DDA di Napoli, che hanno permesso di individuare in Antonio Simeoli, e per suo tramite Luigi Simeoli e Benedetto Simeoli, dall’inizio degli anni novanta e sino al 2009 allorquando il sodalizio si interrompeva per divergenze di natura economica, tra gli imprenditori di maggior rilievo del clan Polverino. A seguito di un vero e proprio patto societario occulto, il capo del clan, Giuseppe Polverino, finanziava le imprese dei Simeoli e partecipava al 50% dei relativi introiti, costituendo il reimpiego degli ingenti profitti delle attività criminali (soprattutto di quelli conseguenti all’importazione di stupefacenti) nelle loro iniziative imprenditoriali.

Il reimpiego era funzionale non soltanto al personale arricchimento del capo clan ma anche ad alimentare l’ulteriore capitalizzazione dei traffici di droga ed a finanziare le attività illecite del gruppo criminale nelle cui casse venivano versate, a titolo di contributo, somme fisse per ciascun appartamento costruito e tale denaro veniva poi impiegato per il pagamento degli stipendi e per sostenere le spese dell’organizzazione criminale.

Le medesime acquisizioni investigative, intercettazioni ed approfonditi accertamenti patrimoniali, corroborate dalle dichiarazioni precise e concordanti dei collaboratori di giustizia, si estendevano anche ai beni di proprietà della società Garden City Cooperativa Edilizia Spa, la quale risultava di fatto gestita anch’essa dalla famiglia Simeoli