Tanti piccoli segnali continuano a costellare le giornate della politique politicienne, e tutti ci parlano della sua lenta ma inarrestabile corsa verso la dissoluzione. Nel suo spazio, sempre più lontano dalla vita reale, si può dire tutto e il suo contrario. Le parole, ormai lì dimentiche di essere state pietre, svolazzano inutilmente come foglie al vento. Ieri l’altro la reazionaria Lega di Salvini poteva volersi intestare l’eredità del Pci. Ieri l’altro, ancora, Prodi, il leader del centrosinistra per tutta la Seconda Repubblica, nemico del centrodestra berlusconiano, apre a Berlusconi per allargare i confini del già singolare governo in carica, a sua volta succeduto a una coalizione di segno “contrario”, ma presieduto dallo stesso presidente del Consiglio. Un governo impotente rispetto alle impegnative scelte di fondo, gli aut-aut che maturano nella società e nell’economia. La mancanza di un’opposizione di sinistra a un governo siffatto è purtroppo un fattore che concorre a definire strutturalmente la natura di questo pessimo assetto politico. I dati che gli organismi internazionali, come del resto l’Istat in Italia, forniscono continuamente, anche a voler chiudere gli occhi sulla concreta realtà sociale, sono gravi e minacciosi.

I rischi di una recessione drammatica sono pesanti. Ed è il ministro dell’Interno a indicare il pericolo di un’esplosione sociale nell’autunno. Recessione ed esplosione della crisi sociale, se non le muovono le acque ferme delle istituzioni, non possono non farlo fuori di esse, dove vivono interessi forti e sedimentazioni culturali ancora vivi. Partendo da un forte nucleo di interessi e di poteri costruiti su di esso, Bonomi ha delineato il protagonismo di un nuovo soggetto politico, un originale e inconsueto partito dell’impresa, muovendo dall’economia verso il politico. In direzione metodologicamente opposta, cioè dalla cultura verso la società civile e alle sue forze sociali, si sta aggregando una costellazione ancora assai variegata, ma già significativa, di una propensione a chiamare in campo un’inedita soggettività politica. Se lunga e strisciante è stata a sinistra la rottura col Novecento, in essa hanno residuato e ancora residuano forze politiche che, pur avendo subìto una radicale mutazione genetica, hanno qualche continuità mantenuto: o nel nome (socialisti, socialdemocratici, laburisti), o in qualche forma organizzativa seppur inerte, come a voler dar conto di una qualche eredità. Ora siamo proprio ai titoli di coda.

Accanto, dentro, fuori da questo campo, che possiamo chiamare, per intenderci, “della tradizione”, stanno producendosi fenomeni politici di altra natura, totalmente estranei alla tradizione e al Novecento, persino alle sue code. La rottura si va facendo storica. In Francia, le recenti elezioni hanno visto un’affermazione clamorosa dei Verdi, fenomeno certo non nuovo in Europa, ma indicativo di una nuova stagione politica. I Verdi espugnano persino Marsiglia, vincono da soli o in alleanza con i socialisti, in decomposizione politica, ma il 60% degli aventi diritto al voto non lo esercita, non va a votare. Sta di fatto rinascendo una democrazia di censo? Penso che bisognerebbe riflettere sulla coppia costituita da un lato, dalla fine del Partito operaio, e dall’altro, dalla uscita-cacciata di metà della popolazione dall’esercizio di voto. E bisognerebbe riflettere sulle caratteristiche sociali di chi vota e sulle nuove soggettività politiche. Ci aiuta nel compito leggere l’emergere in Italia, da più parti, e diversamente, di sollecitazioni che muovono però nella stessa direzione.

Proporrei per non farci fuorviare da domande che portano fuori strada, quali quelle che propongono di indagare il rapporto tra queste tendenze e le forze politiche esistenti, le loro componenti interne, i loro leader. Così come non mi concentrerei sul riferimento, pure invocato da molti, al socialismo liberale. Anche il riferimento a Carlo Rosselli è più indicativo di quel che si vuol negare, il socialismo, piuttosto che su ciò che si vorrebbe ereditare. Non è un caso che in questi riferimenti al teorico del “socialismo liberale” venga messo in luce che il significato della sua idea “risiedesse proprio nella tensione tra i due termini”, liberalismo e socialismo, anziché sulla loro sintesi. Del resto, la ricerca di Rosselli si collocava nel tempo nel quale lo scontro tra i fascismi e le forze democratiche, il movimento operaio e le sue istituzioni politiche erano le principali forze in campo. Come Gobetti aveva insegnato, non si poteva prescindere da esse e da una scelta di campo.

Al contrario, ora proprio questo campo è politicamente deserto. Dunque, non c’è terza via, semmai c’è una nuova costruzione, senza padri e tutta fondata sulla “nuova realtà”. Si delinea un’impresa impegnativa, una nuova ideologia e una nuova soggettività politica per una nuova base sociale di informazione. Essa nasce dall’esterno del quadro politico istituzionale per penetrarvi e uniformarlo. Nasce, addirittura, nella sfera dell’ideologia. Nadia Urbinati, con una excusatio non petita, sostiene che non si tratta di un’ideologia, ma di «una cultura politica dei cittadini democratici che sanno, anche istintivamente, che la diseguaglianza socio-economica che soffrono è ingiusta». Soffrono, non necessariamente la subiscono direttamente. Ci viene suggerito molto autorevolmente che l’ideologia è “l’insieme delle credenze che in ogni fase storica sono proprie di una determinata classe sociale, informandone il comportamento, e che dipendono dalla collocazione che questa ha nei rapporti di produzione vigenti”. Un’ideologia per chi e di chi?

Massimo Cacciari, in particolare, in un breve e denso articolo su Repubblica, ha indicato precisamente il rapporto tra una cultura, una politica e una realtà sociale, al fine di perseguire la nuova impresa politica. Ceto medio è il titolo dell’articolo. È il soggetto a cui questa nuova via della politica dei democratici dovrebbe rapportarsi prioritariamente. A me pare che Thomas Piketty ne dia una definizione analiticamente non lontana e più pregnante, quando parla di un passaggio in atto da un conflitto politico classista a un sistema di “elite multiple”, e da un passaggio dai partiti dei lavoratori ai “partiti dei laureati interni alla globalizzazione”; configurando per questa via l’attesa di un conflitto tra una destra mercantile, quando non nazionalistica e reazionaria, e una “sinistra intellettuale e benestante”. Non è questa proprio quella che vince a Marsiglia? Siamo solo all’inizio e ancora solo, ma anche già, un’aria da mettere nei polmoni di una terza via, questa volta in assenza della seconda, e in soccorso critico alla prima, al capitalismo a sua volta in crisi.

Vi sono impegnati intellettuali di vaglia e una tendenza presente nel giornalismo dei grandi quotidiani. Appunti di forza nell’establishment, vi lavorano riviste di buona tiratura e di giusta fama e si aspetta Domani, il nuovo giornale di De Benedetti. Uno dei leader dell’editoria italiana ha detto recentemente che: «La Laterza è pensata come un luogo di formazione delle classi dirigenti», classi dirigenti che ha voluto nominare: «imprenditori, professionisti, insegnanti, giornalisti, sindacalisti». Proprio il contrario della Barbiana di Don Milani. «Un luogo dove costruire la democrazia», democrazia, la cui maturità si misura «sulla qualità del dibattito pubblico». Nessuno può dire che non sia questo un metro di misura della democrazia, ma così ci si sottrae alla principale delle sfide contemporanee, quella per l’eguaglianza, e così si nega il fondamento della democrazia, cioè il conflitto.

Non è che questa tendenza-informazione non veda il problema, ma non vede il soggetto sociale protagonista del conflitto, pensa che la riduzione delle diseguaglianze, insieme a una nuova stagione dei diritti civili e dell’ecologia, debba essere elargita agli ultimi, in nome di una pur sacrosanta opzione di umanità. Da qui, la centralità del governo nella politica, come del resto dimostra in Europa la politica dei Verdi, capaci di coalizioni con tutti, a sinistra a Marsiglia, a destra, in Austria, come in altri Paesi. Sembrerebbe di voler tornare a prima del Movimento operaio, alla “filosofia della libertà”. Nell’eutanasia della politica non si può non essere attenti a ogni tentativo di sottrarvisi, ma la diseguaglianza, come dimostra l’eccezione (la pandemia), quanto la regola (il prima e dopo), ha una causa strutturale proprio nel sistema del capitalismo finanziario globale, il quale ha già devastato la democrazia rappresentativa imprigionandola in una governabilità che incorpora al sistema i possibili correttivi, compatibili con essi, dimostrando così la sua vitalità, ma anche la sua mancanza di futuro.

È una linea che impedisce la trasformazione necessaria. Il Movimento operaio del Novecento non c’è più. Ma omettendo la critica a questo capitalismo, omettendo la pratica di opposizione ai governi, omettendo l’organizzazione del protagonismo sociale, politico e culturale degli esclusi, si resta nel recinto da cui si vorrebbe uscire. Quandanche creativamente, e quelli, gli esclusi, disertano e diserteranno una politica che non è per loro, né la loro.