Politica
Selfie tra Meloni e Gioacchino Amico, prima si vince il referendum poi si dà la spallata
Il copione è scritto. L’ANM ha fatto la sua parte: campagna apocalittica, toni da fine della democrazia, il No al 54%. Missione compiuta. Adesso tocca ai giornali. Il Fatto Quotidiano tira fuori la società di Delmastro con la figlia del prestanome dei Senese. Repubblica aggiunge la foto di Delmastro con il padre, al ristorante. Fanpage tiene il filo quotidiano delle richieste di dimissioni. Report lancia lo scoop del selfie tra Meloni e Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardia, scattato nel 2019 a un evento pubblico di Fratelli d’Italia con migliaia di persone. Meloni li ha chiamati “redazione unica”. E fa bene: non nella forma — sono testate diverse — ma nei contenuti il risultato è lo stesso.
Perché il metodo è sempre lo stesso. Un selfie a una convention diventa la prova di una collusione mafiosa. Una foto al ristorante diventa un’affiliazione. Un’interrogazione parlamentare sulle condizioni sanitarie di un detenuto diventa complicità criminale — chiedere a Giachetti. Non servono processi, non servono sentenze: basta una fotografia e un titolo. È il giornalismo della suggestione, quello che non accusa ma lascia intendere, che non prova ma evoca, che non informa ma destabilizza. Voltaire avrebbe riconosciuto il meccanismo: è il pregiudizio che si traveste da evidenza.
Sia chiaro: se ci sono rapporti tra politica e criminalità organizzata, la magistratura indaghi e i tribunali giudichino. Ma il tribunale mediatico è un’altra cosa. E il tempismo non è mai casuale: prima si vince il referendum, poi si dà la spallata. Il circuito mediatico-giudiziario funziona così, in Italia, da trent’anni. Cambia il bersaglio, non cambia il metodo. E chi lo denuncia — da qualunque parte politica lo faccia — viene accusato di difendere i mafiosi. Don Abbondio, ancora una volta, annuisce.
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