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Simone Rizzo: “Né resa né esilio, cerchiamo una terza via”
Parla Simone Rizzo, Presidente dell’Assemblea della Rappresentanza Studentesca dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e racconta di racconta giovani sospesi tra stabilità e fuga.
Lei ha 22 anni e presiede il principale organo di rappresentanza studentesca di una delle università più prestigiose del Paese. Quando si trova davanti a un’aula di suoi coetanei qual è la prima cosa che percepisce: una generazione che chiede ascolto o una generazione che ha smesso di chiederlo?
«Nei miei coetanei vedo una generazione che non ha smesso di chiedere ascolto, ma che ha smesso di accontentarsi di slogan e formule generiche. Quando abbiamo iniziato il nostro percorso a Ca’ Foscari, non abbiamo costruito una rappresentanza fatta di rivendicazioni generiche o richieste vuote, ma un progetto concreto, fondato su presenza, lavoro quotidiano e responsabilità. E i risultati, dai Dipartimenti al Senato Accademico e al Consiglio di Amministrazione, hanno mostrato che quando ai giovani viene proposta una visione credibile, la risposta arriva. La mia generazione conosce bene le difficoltà del presente, ma non per questo ha rinunciato ad avere ambizione. Spesso con più domande che risposte, ma siamo ancora desiderosi di appassionarci e scommettere sul valore dell’impegno e della partecipazione».
Il Veneto è una terra che ha costruito la propria identità sul lavoro, sull’impresa, su un’etica del fare che ha attraversato generazioni. Eppure oggi i suoi coetanei sembrano vivere un rapporto ambivalente con questa eredità: orgogliosi ma anche schiacciati, Lei come legge questo scarto?
«C’è un peso specifico nell’essere cresciuti in una regione che ha costruito la propria identità sul fare, sul non arrendersi, sull’impresa di famiglia come progetto collettivo. Lo sento anch’io. Il problema è che quel modello presupponeva una continuità – economica, geografica, valoriale – che per molti di noi non esiste più nelle stesse forme. Lo scarto non è rifiuto del Veneto o del territorio in cui si è cresciuti, è il tentativo di costruirsi uno spazio dentro un’identità regionale che fatica a ritrovare il ruolo di traino che aveva nei decenni passati».
Quando si chiede ai giovani cosa vogliono, le risposte oscillano fra due estremi: stabilità — un contratto, una casa, una famiglia — e desiderio di fuga, all’estero. I suoi coetanei, in quale direzione stanno guardando davvero?
«Io non mi riconosco in nessuno dei due, e non credo che le due opzioni si escludano necessariamente. Cercare solo stabilità, senza chiedersi a quali condizioni, rischia di essere una forma di resa anticipata. La fuga, spesso, è una risposta alla mancanza di opportunità coerenti con legittime ambizioni personali, ma rischia di essere anche la più costosa collettivamente, perché porta via le persone che avrebbero gli strumenti per cambiare le cose per il territorio. Chi parte, tuttavia, non è necessariamente una risorsa persa: tornare dopo aver vissuto altrove, con strumenti e prospettive diverse, può essere una delle risorse più preziose per rispondere alle sfide che questo territorio, e il nostro Paese, hanno davanti. Quello che vedo sempre più nei miei coetanei è una terza opzione: restare, ma a condizioni diverse».
Lei ha deciso di candidarsi alle prossime elezioni comunali di Venezia, in una lista civica a sostegno del candidato di centrodestra. Perché lo fa?
«Perché mi sembra la conseguenza più coerente con il percorso che ho iniziato più di un anno fa in università. Il mio ruolo istituzionale in ateneo mi ha insegnato che rappresentare significa prima di tutto mettersi in gioco, esporsi in prima persona e assumersi responsabilità verso le persone che ti hanno dato fiducia. Candidarmi alle comunali segue la stessa logica. Venezia è la città che ho scelto e oggi ha bisogno di una politica capace di parlare di futuro, non solo di amministrare il presente o difendere il passato. A partire dai temi che riguardano la mia generazione: casa, lavoro qualificato, spazi, opportunità, rapporto tra università e territorio. È quello che abbiamo provato a fare in università ed è quello che vorrei portare anche nelle istituzioni della mia città».
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