I riflessi della guerra
Sisci: “Gli Usa vogliono più indipendenza, il tempo potrebbe giocare contro la Cina”
L’analisi del sinologo: “Gli Stati Uniti cercano di allargare la distanza dalla tecnologia cinese. A Pechino c’è chi scommette sul medio-lungo termine, ma i calcoli potrebbero andare storti”
Colpito l’Iran, avvertita la Cina. È questa la chiave di lettura da dare all’attacco Usa agli ayatollah? Ne parliamo con Francesco Sisci, sinologo e direttore di Appia Institute.
Secondo le ultime notizie, Pechino starebbe facendo pressione su Teheran per salvaguardare le proprie forniture energetiche nello Stretto di Hormuz. Se fosse vera, come si potrebbe leggere questa notizia?
«Questo è possibile, ma non ho alcuna conferma diretta. In realtà, l’Iran non ha una vera capacità di chiudere lo Stretto. La Marina Usa sta distruggendo tutte le sue capacità operative. Il problema sono le assicurazioni che hanno aumentato i premi e le compagnie di navigazione non sanno se pagarli o aspettare che la guerra finisca. In ogni caso, non vedo un impatto immediato per la Cina che ha riserve ampie. Certo, se la guerra dovesse allungarsi oltre le poche settimane oggi previste, molti calcoli cambierebbero».
Per Pechino, il problema della chiusura di Hormuz non è solo di costi di mercato, ma di approvvigionamenti. La Cina potrebbe virare sulla Russia. Per assurdo, la guerra in Iran andrebbe a vantaggio di Mosca. È plausibile?
«Per ora i vantaggi per Mosca sono solo di breve periodo. Le sue vendite alla Cina sono a un prezzo scontato fissato a lungo termine. Quindi, a meno che la guerra in Iran non si prolunghi, le dinamiche tra Russia e Cina non cambiano».
Domani si apre la quarta sessione della XIV Assemblea Nazionale del Popolo. All’ordine del giorno c’è l’approvazione del Quinto Piano Quinquennale 2026-2030. Come sarà affrontato il dossier Iran?
«Probabilmente il caso, come quello del Venezuela e della Russia, non sarà discusso a porte aperte. Sarà oggetto delle discussioni formali o informali di questi giorni. La Cina crede che l’America sia in declino e che queste agitazioni ne confermino la tendenza. Non è chiaro oggi se questa analisi di fondo cambierà o semplicemente si possa cominciare a pensare che, per quanto l’America sia in declino, questo declino potrebbe essere molto lungo. Roma cadde nel 410 d.C. con il sacco di Alarico, ma l’Impero romano visse altri mille anni. Di certo la Cina è diventata più prudente. Diversamente che con Russia o Venezuela, non ha scommesso subito nella vittoria dei suoi “amici”».
Qual è lo scenario meno doloroso per Pechino e quale il peggiore?
«Pechino realisticamente sta pensando a come affrontare il vertice con Trump di fine marzo. L’agenda è in corso di aggiornamenti. Alcuni sperano che l’America si impantani in Iran come in Iraq o Afghanistan. Altri suggeriscono che un riallineamento dell’Iran in termini filo-occidentali apra maggiori possibilità di affari per Pechino, che ha un’enorme capacità di costruzione. La Cina ha imparato a puntare non su quello che le piace di più, ma su quello che le è opportuno. Il suo quasi monopolio sulla produzione di terre rare e minerali processati è un vantaggio qualità-prezzo per la fabbricazione di beni di consumo e di capitali. Quindi scommette che sul medio-lungo termine potrà superare in qualche modo l’America. Alcuni però a Pechino si rendono conto che questi calcoli potrebbero andare storti. L’America sta lavorando per eliminare la propria dipendenza industriale dalla Cina e allargare la distanza della propria tecnologia da quella cinese. Quindi il tempo potrebbe giocare contro Pechino e non a suo favore».
A fine marzo, Trump incontrerà Xi. È evidente che gli Usa vogliano arrivare al summit con i muscoli più che gonfi. Come potrà presentarsi la Cina?
«Trump, consciamente o inconsciamente, ha adottato un approccio alla geopolitica “egoista”. Spengo, distruggo chi mi è ostile senza curarmi dell’ordine complessivo che lascio dopo. L’importante è che la minaccia sia stata eliminata. Gli Usa sperano che i nuovi leader iraniani si aprano al mondo e non scelgano il martirio. D’altra parte, così non è stato né in Afghanistan né in Iraq. Si pensava di portare democrazia e sviluppo. Poi ci si è accontentati del fatto che la minaccia di breve-medio termine fosse stata annientata. Questo rischio in Iran potrebbe fare comodo anche a Turchia e Arabia Saudita, che potrebbero preferire un Iran distrutto e incapace di muoversi a uno filo-occidentale che cambia però tutti gli equilibri della regione. Questo però cambia tutte le regole internazionali della politica e lascia un vuoto enorme nell’ordine globale: nessuno se ne occupa, certamente non più l’America, l’Onu è finita, rimane solo la voce del Papa. Ma poi questa voce del Papa si può incarnare? E come?».
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