Il numero di utenti di internet in Uganda è fortemente diminuito, così come il gettito fiscale e la quantità di transazioni online eseguite tramite cellulare. Sono gli effetti della web tax che il governo ugandese ha voluto imporre a partire dal luglio 2018. Facebook e Twitter, e persino l’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp, da quel momento sono a pagamento. Il costo è di 200 scellini ugandesi al giorno, circa 5 centesimi di euro.

Secondo la Commissione delle Comunicazioni ugandese, a causa della misura si è verificato un calo di circa 2 milioni e mezzo di sottoscrizioni Internet e del 24% del valore delle transazioni online. Sono gli effetti anche della mobile money tax, altra imposta che ha tassato del 15 percento le transazioni, sia in uscita che in entrata, via mobile. Tutto ciò nei soli tre mesi successivi all’adozione delle imposte.

A volere la misura sui social era stato il presidente dell’Uganda, il 73enne Yoweri Museveni, che con questa riforma puntava a finanziare i conti pubblici del Paese e a ridurre la dipendenza dai prestiti stranieri. L’imposta era nata anche con l’auspicio di contrastare fake news e critiche al regime, che dal 1986 è al potere ininterrottamente nel Paese africano e che, già nel 2016, aveva censurato Internet.

Altri Paesi dell’Africa come il Kenya, lo Zambia e lo Zimbabwe hanno introdotto misure simili. La Tanzania ha introdotto una tassa che colpisce editori online e blogger. Complice di questa tendenza è la Cina che, con l’incoraggiamento dei governi locali, ha introdotto nei Paesi dove sta investendo in strutture e tecnologia i suoi sistemi di sorveglianza. C’è da dire però che secondo il rapporto dell’UCC appena la metà degli utenti effettivi di internet ha pagato l’imposta sui social. Molti, come si è visto, hanno abbandonato le sottoscrizioni mentre altri sono ricorsi ad app per il Virtual Private Network, a qualche forma di economia in nero o ad altri escamotage per aggirare l’imposta.

A pesare sulla stabilità dell’Uganda è stata principalmente la mobile money tax. A essere colpiti dalla misura soprattutto i ceti bassi della popolazione che non usufruiscono dei servizi bancari tradizionali. Piccoli agricoltori e lavoratori a basso reddito basano le loro transazioni sul mobile money. Uno studio di Research ICT Solution aveva messo in guardia il governo che tale imposta avrebbe potuto causare perdite di circa 700 milioni per l’economia ugandese. Al momento pare comunque che entrambe le imposte rimarranno in vigore.