Molto più che una ripartenza col piede giusto. Il nuovo nucleare in Italia è già ben avviato grazie ad azioni, investimenti importanti e progetti ambiziosi. Lo dimostrano i numeri di Sogin, che ha già superato il giro di boa nel processo di smantellamento degli impianti nucleari italiani spenti e annunciato mezzo miliardo di valore per lavori messi a gara quest’anno. Sogin sta trasformando la memoria industriale del vecchio nucleare nella condizione tecnica, culturale e produttiva per dare ulteriore slancio al nuovo dossier dell’atomo. Il coinvolgimento dei territori è testimoniato dal successo della quinta edizione di Open Gate Sogin (visita alle quattro centrali italiane di Trino, Caorso, Latina e Garigliano) che ha raccolto oltre 5500 adesioni.

Ma l’accelerazione sul decommissioning è solo il primo passo. La società guidata da Gian Luca Artizzu ha rimesso ordine in una partita complessa: autorizzazioni, appalti, sicurezza radiologica, gestione dei materiali, demolizioni specialistiche. Il programma complessivo a fine 2025 era arrivato al 47,7-48% in valore economico, motivo per cui oggi si può parlare di “giro di boa” della dismissione: un cambio di passo ormai chiaramente visibile. Decommissioning vuol dire caratterizzazione radiologica, decontaminazione, gestione del combustibile, trattamento e condizionamento dei rifiuti radioattivi, demolizioni in ambienti complessi, sicurezza fisica e nucleare, tracciabilità, formazione. Sono filiere ad alta specializzazione, dove l’Italia non parte affatto da zero. È già sviluppato un nucleo pubblico di conoscenze che può dialogare con industria, università, ricerca e migliori pratiche internazionali.

Una conferma arriva dalle due richieste di partnership siglate da Sogin nelle settimane scorse con la giapponese JAPC e l’inglese NDA. Tali accordi attestano il riconoscimento internazionale della Società come uno dei principali leader mondiali nelle strategie di decommissioning nucleare e, in particolare, nello smantellamento dei reattori a gas grafite, come quello della centrale di Latina, e nelle metodologie per il trattamento e il recupero della grafite irraggiata derivante dalla dismissione di questo genere di reattori.

Nel 2026 Sogin porta avanti contratti e prevede assegnazioni per circa mezzo miliardo di euro. Considerando lavori messi a gara ed effetto a cascata su ingegneria, componentistica, edilizia specializzata, monitoraggi, logistica, sicurezza, bonifiche e servizi professionali e applicando un moltiplicatore prudenziale tra 1,5 e 1,8, l’indotto potenziale per le imprese italiane può valere poco meno di 800 milioni. Non è solo spesa: è politica industriale. È domanda qualificata che allena il Made in Italy su standard nucleari. Il nuovo nucleare non nasce soltanto con una legge o con un investimento. Nasce da una catena di fiducia: istituzioni, controlli, gestione dei rifiuti, trasparenza verso i territori. Sogin può essere il ponte tra chiusura e ripartenza, perché conosce gli impianti, parla il linguaggio della sicurezza, ha relazioni con organismi internazionali e può esportare competenze in decommissioning e waste management, due settori destinati a crescere.

Il contesto, intanto, è cambiato. Lo studio Confindustria-Enea del 2025 stima che un programma nucleare italiano possa generare un ritorno economico pari al 2,5% del Pil e 117mila nuovi posti di lavoro, di cui 39mila direttamente nella filiera. Lo studio TEHA indica, con SMR e AMR fino al 10% della domanda elettrica al 2050. È un impatto economico superiore a 50 miliardi e fino a 117mila occupati diretti, indiretti e indotti. Autonomia strategica significa ridurre dipendenza dal gas, prezzi esteri e vulnerabilità geopolitiche. Competitività economica significa dare all’industria energia continua, decarbonizzata e programmabile. Impatto sociale significa lavoro qualificato, formazione tecnica, nuove competenze per giovani ingegneri, operai specializzati, tecnici ambientali, imprese di filiera. Sostegno alla visione di Sogin è arrivato dallo stesso Presidente di Confindustria Orsini, che all’Assemblea 2026 ha rilanciato: “Dobbiamo accelerare il ritorno al nucleare”; serve “corrente di continuità a zero emissioni” e la sperimentazione è “una scelta fondamentale per dare al nostro Paese l’autonomia energetica”. Fino alla disponibilità delle imprese a ospitare piccoli reattori modulari nei distretti industriali. La messa a terra del nucleare che verrà è un percorso che va costruito a quattro mani tra visione politica delle istituzioni e coraggio delle imprese.