“Sotto il Vulcano” (sic) è la rivista trimestrale diretta da Marino Sinibaldi che, così leggo, «nell’arco di una serie di dieci numeri, si propone di mostrare, documentare, raccontare e reimmaginare la realtà». Avete letto bene: “reimmaginare”. Titanico e insieme ordinario obiettivo. Non è forse compito e vanto della letteratura lavorare d’immaginazione? «La scommessa è che da un trauma come quello che stiamo vivendo nascano pensieri e narrazioni nuove», qui il riferimento implicito è alla pandemia, d’obbligo e non meno ordinario. Tuttavia «il proposito è di raccoglierli e, senza promettere risposte, aprire uno spazio in cui le domande più profonde, serie, affascinanti vengano a galla e trovino voce». I “pensieri”, immagino. Affidati a «scrittori, filosofi, artisti e scienziati, italiani e stranieri, attraverso racconti, reportage, memoir, interviste, poesie, pezzi giornalistici, graphic novel, riflessioni personali e analisi sociali».

Ho ascoltato la presentazione online che Sinibaldi offre circa il varo della rivista, traendone la sensazione programmatica di un “Boh”, e non era una citazione di Moravia. Semmai boh sulla sostanza letteraria ultima, in questo caso. Ho provato poi a immaginare quale possa essere la carica a molla dell’intero progetto, al di là della soddisfazione occupazionale, dunque della nuova commenda fornita al Sinibaldi dopo avere raggiunto l’età della pensione in Rai. Effettivamente non mi è sembrato di ravvisare alcun, come dire, detonatore ideale necessario, se non la preoccupazione dei singoli narratori d’essere in qualche misura presto cooptati: «Ciao, sono Marino, volevo chiederti un racconto per “Sotto il vulcano”, sai, la nuova rivista che dirigo…». Tragico ripetersi, ma la letteratura, di più, la committenza letteraria al tempo di un Veltroni a sua volta narratore non è altro che simpatica cooptazione, amichettismo, un qualcosa di cui non resta traccia se non nella soddisfazione individuale che proprio Marino si sia ricordato di te, e dunque “Grazie, Marino!” Mi direte: ma lo scrittore Veltroni c’entra un tubo in questa storia.

Prego? Veltroni è ormai da decenni il modello ispiratore assoluto, il nuovo Alessandro Manzoni della prospettiva letteraria nazionale, in quanto generatore di gusto medio, in tutto medio, dell’intero, o quasi, paesaggio letterario e narrativo che si pretenda “progressista”. Quanto al titolo, assodata la sua assonanza tellurica, dunque (si fa per dire epocale e dialettica) come noterebbe il Jep Gambardella de “La grande bellezza”, riferendosi al nome “Ramona”, suggerisce pretese, tragiche pretese subito disattese, forse anche supponenza, e questo perché, anche in questo caso, oltre il desiderio di cooptazione niente. Intendiamoci, non che le altre riviste attualmente nate stiano esprimendo chissà quale titanica idea del mondo, magari a loro volta “reinventadolo” magari per far dispetto a Sinibaldi, in questo nuovo caso si ha però la sensazione di un comprensibile postalmarket sotto il brand Feltrinelli.

Sincerità per sincerità? Se la rivista l’avessero intitolata “Dai-speriamo-davvero-che-Walter-ce-la-spunti-lui-al-Quirinale-dai-speriamo-proprio-dai-dai…”, è un po’ lungo, lo so, degno di un titolo della Wertmuller, il tutto sarebbe stato assai più immaginifico, mostrando più che plasticamente la realtà, il progetto stesso. Oh, come sono lontani i tempi di “Officina” di Pasolini, per non dire “L’Ordine Nuovo” di quell’altro.

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Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "Quando c'era Pasolini" (2022). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube. Il suo profilo Twitter @fulvioabbate