«Riteniamo che vi siano concreti, univoci, plurimi elementi per affermare che il tema Mafia-Appalti sia stata una sicura causa della strage di via D’Amelio». Non lo dice un opinionista: lo dice il Procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca, davanti alla Commissione antimafia. L’autorità giudiziaria inquirente competente. Eppure, ventiquattr’ore prima, il solito coro dei cantori prematuri. La Procura aveva chiesto l’archiviazione del procedimento a carico di ignoti sul filone Mafia-Appalti per inidoneità degli elementi probatori — cosa diversa dall’aver stabilito che quel filone non conti nulla. Ma è bastato questo perché i soliti noti — il Fatto Quotidiano, i fan di Travaglio, gli ultras di Scarpinato — gridassero al trionfo come curva Sud dopo un rigore contestato. «Mafia-Appalti era un bluff!». Il tifo da stadio applicato alla ricerca della verità sulle stragi.

Ma la realtà arriva il giorno dopo, quando nessuno se l’aspetta. De Luca ha detto che l’interesse di Borsellino per quel dossier è stato l’acceleratore della decisione di ucciderlo: «Con elevato grado di attendibilità». Il dossier del Ros del febbraio 1991 — redatto da quei Mario Mori e Giuseppe De Donno che la Procura di Palermo ha ripetutamente provato a processare, in diverse stagioni e sotto diverse direzioni, ottenendo sempre l’assoluzione — non era un diversivo. Eppure quel procedimento fu chiuso: la richiesta di archiviazione, firmata dai sostituti Lo Forte e Scarpinato, porta la data del 13 luglio 1992. Sei giorni dopo, via D’Amelio. L’archiviazione fu poi accolta alla vigilia di Ferragosto dal Gip Sergio La Commare — lo stesso che, il 23 dicembre successivo, avrebbe firmato l’ordinanza di custodia cautelare per Bruno Contrada facendo copia-incolla dalla richiesta della Procura, senza neppure cambiare l’intestazione dell’ufficio.

La domanda che un osservatore onesto non può eludere è questa: come si concilia tutto ciò con la posizione di chi, proprio su quel dossier, firmò la richiesta di archiviazione? Il senatore Scarpinato siede in quella Commissione antimafia di cui ha chiesto lo scioglimento, ha concordato domande e risposte con un indagato per favoreggiamento alla mafia, e definisce «indegna falsità» ogni ricostruzione che lo metta in discussione. Qualsiasi giurista lo chiamerebbe conflitto di interessi. Giudica su ciò di cui è stato protagonista.

Le polemiche strumentali, i teoremi sulla «trattativa» che la Cassazione ha dichiarato inesistente servono solo a ostacolare il lavoro della magistratura e della Commissione. Grazie a Chiara Colosimo, che ha dato voce ai figli di Borsellino, quello squarcio oggi esiste. Noi non vogliamo il tifo da stadio. Non ci interessano le curve, le sciarpe, i cori. Ci interessa la verità — quella che i greci chiamavano aletheia, lo svelamento, il togliere dall’oblio ciò che qualcuno ha nascosto. Quella verità che Borsellino cercava quando, cinque giorni prima di morire, chiese conto di carte che non trovava nel fascicolo. La verità, come scriveva Manzoni, è una di quelle cose che si possono nascondere a lungo, ma che alla fine vengono a galla. E quando vengono a galla non fanno il tifo: fanno giustizia.

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