Raffaella Carrà, anche adesso che ci ha lasciati, idealmente vive al centro dell’ideale lussureggiante diorama italiano, un diorama monumentale, a suo modo, già accennato nella luce di una canzone che davvero è stata il suo inno, “Tanti auguri”, dove le parole vengano da sé: «…com’è bello far l’amore da Trieste in giù». Al centro assoluto del diorama, un proverbiale, iconico, araldico caschetto biondo, visibile dall’alto, a volo d’uccello, appunto, sullo spettacolare paesaggio italiano. In grado di figurare, sempre idealmente, accanto alla Torre di Pisa, al Duomo di Milano, accennando invece al Colosseo è proprio lì davanti che si innalza il terrazzo della “Grande bellezza”, dove nel ballo orgiastico sfavilla campionato dall’imperatore dei dj David Guetta, proprio quel suo canto.

Raffaella Carrà è stata molte cose: danza, ballo, festa e fiesta, conduttrice e soubrette, ha recitato perfino da ragazza, i capelli ancora castani, accanto a Frank Sinatra, ha addirittura mostrato all’Italia intera un magico barattolo, chiedendo in cambio di chissà quanti dobloni d’oro, il numero esatto di fagioli in esso contenuto, ha introdotto nel lessico termini quali “gancio”, per intendere colui che metteva la sua redazione in contatto con chi avrebbe dovuto far vivere a un proprio caro l’emozione della “carrambata”, ha ancora ballato e cantato nell’albo d’oro della televisione italiana e non solo. Anni addietro, le teche Rai ci offrirono un mausoleo filmato del suo repertorio per i suoi 70 anni. Pronti a suscitare una riflessione sugli slittamenti progressivi del gusto televisivo al centro del Teatro delle Vittorie, la giraffa che viene giù a suo favore, delle sue labbra. Esemplare in questo senso un frammento datato 1974 nel quale a lei si affiancano Mina e Alice ed Ellen Kessler in un quartetto vocale e gestuale da antologia, la perfezione del varietà, insomma, nella sua forma magica e sincopata. Era Milleluci.

Tra le prime riflessioni sul culto della Carrà, fino a trascenderla, c’era l’abitudine pop di attribuire al suo ombelico un valore rivoluzionario circa il costume televisivo, quasi che la sua rivelazione, dopo decenni di censure, di calze coprenti imposte perfino alle ballerine di fila, abbia rappresentato l’ora X della liberazione sessuale. Se un ruolo quell’ombelico ha avuto si è trattato di un dato riferibile all’ambito periferico della televisione dorotea di Ettore Bernabei. Anni addietro un gallerista romano ebbe modo di trovare in un cassonetto migliaia di lettere inviate alla redazione di “Pronto Raffaella?” Proprio quella del barattolo dei fagioli. A sfogliare ogni singola missiva ciò che si rivelava era un mondo di suppliche a Raffa, elevata a Madonna supplente. Tra le foto inviate, c’era qualcuno pronta a sperare in una grazia, forse un semplice cenno, questo per ribadire quanto il volto, di più, la veronica – ossia la vera-icona – della Carrà sia riuscita a penetrare nell’immaginario del Belpaese. Accanto al suo caschetto biondo, la cornetta di un “bigrigio” Sip, come atto poetico dovuto. Dimenticavo: anni fa una ragazza lesbica mi raccontò che il suo sogno era stato d’essere adottata proprio dalla Carrà dei fagiol. Forse, una parola in più per i diritti del popolo Lgbtq Raffaella avrebbe potuto spenderla. Poi Roberto Benigni che dà l’assalto alla sua “topa” in prima serata…

Nel pacco di lettere salvato dai cassonetti si evidenziava un tono degno di una supplica al Bambinello dell’Aracoeli. I mittenti, facevano dono del proprio mondo: adulti vestiti da sceriffo, baffi finti, bambini con parrucche d’argento, volpi impagliate sul carrello dei liquori accanto al cestino di Natale, torroni e bottiglie di spumante, ritratti apologetici della Carrà eseguiti dal telespettatore pronto a mostrarli all’obiettivo, bambini assediati e forse perfino afflitti da una mandria di peluche. Perfino gli scatti eseguiti durante le riunioni di condominio, ed è come se lei, la conduttrice, attraverso le foto, entrasse in casa d’ogni mittente: la spagnola che balla il flamenco, il travestito con l’adorato yorkshire in braccio, la sessantenne in mutande dorate sul trono africano di vimini; un signore suonava il mandolino, un altro ancora faceva intuire d’avere un lungo e solido pisello sotto il costume da bagno a stelle e strisce.

Si trattava della prima trasmissione televisiva con il numero di telefono in sovrimpressione: 1983. Per tutti quei mittenti, Carrà e Roma erano lo stesso luogo, dove sbarcare in treno o Fiat 127 per esistere finalmente, guarire, resuscitare, camminare sulle acque di via Teulada, 66. Questo e molto altro se ne va insieme a lei, Raffaella Carrà, nata Pelloni, emiliana di Bologna, morta ieri a 78 anni, intatta nel suo mito, nella sua biondezza magica. Adesso, nella portineria di via Teulada, accanto ai ritratti di Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, Fabrizio Frizzi dovranno mettere anche la sua foto.

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "Quando c'era Pasolini" (2022). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube. Il suo profilo Twitter @fulvioabbate