Si è aperto tre giorni fa in Spagna il processo per l’assassinio di sei sacerdoti e professori universitari gesuiti noti come «i martiri della Uca», l’Universidad Centroamericana José Simeón Cañas di San Salvador. Il massacro avvenne la notte del 16 novembre del 1989, nel periodo più atroce della guerra civile che insanguinava il paese. A cadere sotto i colpi di un commando armato – era l’epoca degli squadroni della morte – sono stati sei gesuiti e due donne di servizio. Il loro ricordo è vivissimo. E dopo 31 anni la giustizia ancora non ha detto l’ultima parola. Tutti sanno che l’ordine di uccidere arrivava dal governo militare ed era eseguito dagli uomini di Roberto D’Aubuisson, accusato di essere uno dei mandanti dell’assassinio di mons. Romero, avvenuto il 24 marzo 1980. Ora dopo 31 anni di processi che hanno condannato alcuni esecutori e mai colpito i veri mandanti, a Madrid è sul banco degli imputati l’ex colonello Inocente Montano, all’epoca dei fatti viceministro della Pubblica sicurezza.

Per Montano, oggi 77enne, l’accusa ha chiesto 150 anni di carcere ritenendolo uno dei mandanti ed esecutori del massacro. Il processo si svolge in Spagna, dove Montano è stato estradato nel 2017, perché cinque gesuiti erano cittadini spagnoli. I fatti di cui parliamo risalgono agli anni della guerra civile del Paese centramericano: dal 1979 al 1992 il governo di destra e militare instaurò un regime repressivo e portò avanti un conflitto con i guerriglieri del Frente Farabundo Martí para la Liberacion Nacional (Fmln). Massacri da entrambe le parti, sebbene i militari abbiamo compiuto stragi efferatissime contro la popolazione inerme, colpevole solo di essere composta da contadini e dunque in automatico simpatizzanti per la guerriglia. Sostenitori di politiche progressiste e vicini alla popolazione più vulnerabile, i sacerdoti e accademici gesuiti vennero considerati alleati dei guerriglieri e per questo uccisi. Un comunicato pubblicato il 9 giugno dalla Universidad Centroamericana (Uca), in riferimento al processo, nota che «il dolore causato da un crimine non si risolve dimenticando, ma riconoscendo la verità, il pentimento e la dignità delle vittime. Questa è la via del perdono cristiano e il percorso verso la vera riconciliazione.

La Compagnia di Gesù e le autorità dell’Uca hanno espresso la loro disponibilità a perdonare coloro che hanno pianificato ed eseguito il massacro. Tuttavia è necessario conoscere tutta la verità e definire le rispettive responsabilità, un compito del potere giudiziario, in modo che in seguito possa essere offerto il perdono. Pertanto incoraggiamo il colonnello Inocente Montano a sfruttare questa grande opportunità per contribuire a questa nobile causa, schierandosi dalla parte della verità e della giustizia, facendo conoscere tutto ciò che sa sul crimine. Coloro che hanno deciso l’omicidio dei sei gesuiti, di Julia Elba e di sua figlia Celina, sanno perfettamente che non hanno commesso “semplici omicidi”. Il massacro è stato il risultato di un piano pensato ed eseguito nella logica del terrorismo di Stato, classificato come un crimine contro l’umanità e un crimine di guerra. Hanno ucciso persone innocenti, brave persone, che hanno dedicato la propria vita alla difesa dei poveri, alla promozione della giustizia sociale e alla promozione del bene comune dalla ragione e dalla conoscenza accademica. Conoscere la verità di ciò che è accaduto in questo e in altri casi sarà un bene per El Salvador, contribuirà alla giustizia per le vittime, costituirà un passo avanti nel processo di riconciliazione e darà pace alle vittime».

Le sei vittime erano nomi molto noti nella teologia e nella ricerca sociale: si trattava dei sacerdoti gesuiti Ignacio Ellacuría, Ignacio Martín-Baró, Juan Ramón Moreno, Amando López, Segundo Montes, Joaquín López y López, cui si aggiunsero Elba Julia Ramos e Celina Ramos (le due donne entrate nella traiettoria del fuoco).  Tra i sei gesuiti, il più noto è Ellacuría; ma tra gli altri chi ha segnato una strada di rilievo è Ignacio Martín-Baró (nato a Valladolid nel 1942), psicologo sociale, autore di molti testi disponibili on line sul sito dell’Università Centroamericana. In italiano è stata pubblicata una raccolta di scritti col titolo Psicologia della liberazione, a indicare una chiave originale di ricerca. Per lui la psicologia aveva senso se e solo se era capace di collaborare all’evoluzione storica delle popolazioni e dei soggetti, smascherando i meccanismi del terrore e dell’oppressione. Aveva dedicato grandi energie a raccogliere le testimonianze dei torturati, dei familiari delle vittime, e cercava di capire come impostare un percorso di riconciliazione e pace. Tema valido in diversi contesti. Diceva: «Elaborare una psicologia della liberazione non è un compito teorico ma pratico». Su YouTube lo psicologo gesuita è ben vivo e presente con diversi filmati di alcuni interventi e lezioni in America Latina e negli Stati Uniti.

Il filo conduttore: riconoscere la realtà dell’altro, del contadino violato nelle sue esigenze di una vita equa, a cui si devono risposte concrete in un rapporto di ascolto da parte degli intellettuali e dei ricercatori, interpreti delle esigenze delle popolazioni. Una psicologia sociale “dal basso”. È interessante notare che una cattedra a lui intitolata è presente nel Dipartimento di Psicologia dell’Università Javeriana, fondata dai gesuiti in Colombia nel 1623. Ed è significativo che il comunicato della Uca parli della giustizia come necessaria premessa per una vera riconciliazione nazionale. A tanti anni di distanza, gli anni di quella guerra civile e dei massacri efferati documentati dai rapporti delle Nazioni Unite e delle agenzie umanitarie, rappresentano una ferita aperta. Ad esempio in Colombia – altro paese dove si fanno ancora i conti con la guerra civile terminata da poco – le docenti della Cattedra Martín-Baró – Marcela Rodríguez Díaz, Maria Margarita Echeverri Buriticá, Maria Lucia Rapacci Gomez – mi hanno detto che «ripristinare le relazioni di una società colpita dalla guerra implica il passaggio da una grammatica della guerra a una grammatica della pace, creando le condizioni per la rottura definitiva del legame tra armi e politica».

A loro avviso per quanto riguarda la giustizia della fase di transizione e i suoi meccanismi legali di chiarimento storico, memoria e riparazione, in base all’insegnamento di Ignacio Martín-Baró «è importante favorire il riconoscimento dei diritti delle vittime alla verità, alla giustizia, alla riparazione e non ripetizione; riconoscere le gravi violazioni dei diritti umani, assegnando le responsabilità per alcune di queste violazioni, rendendo visibile una storia ancora non riconosciuta che faccia vedere e sentire l’entità del danno e il dolore causato. Tuttavia è necessario sapere che il linguaggio dei diritti legali e umani ha dei limiti, “rende leggibili” alcune forme di sofferenza e ne rende altre illeggibili a causa della priorità alla “necessità della riconciliazione nazionale” rispetto agli altri bisogni delle vittime: distorce le loro narrazioni (modifica i significati, ignora la dimensione emotiva del danno). Non è necessariamente un’opportunità per curare le ferite o ricomprendere il significato della sofferenza emotiva». Ora dal processo di Madrid, forse, arriveranno finalmente delle risposte.