Il premier Conte ha rimesso il segreto di Stato sulla tragedia di Ustica (27 giugno 1980, cade vicino a Ustica un DC9 dell’Itavia: 81 morti). Così Ustica si carica di nuove menzogne e tradimenti. Chi scrive ne è sicuro per aver ben studiato tutta la materia. L’aereo di Ustica partito da Bologna e diretto a Palermo cadde dopo essere esploso per una bomba nascosta dietro la toletta. La sentenza penale dichiara che quell’aereo non è stato abbattuto da un missile di una inesistente battaglia aerea per colpire un inesistente aereo Mig con dentro Gheddafi, nascosto sotto la pancia del volo di linea I-Tigi dell’Itavia. I pubblici ministeri concordarono che la causa più probabile del disastro era la bomba. Ma la bomba richiedeva un attentato premeditato e un movente. Una immaginaria battaglia aerea mai accaduta, poteva invece passare come uno storiaccia buona per un film.

La sentenza civile – che diverge totalmente da quella penale – dice il contrario, e condanna gli ufficiali dell’aeronautica militare dell’epoca a risarcire le vittime, sostenendo che se tragedia c’è stata, è dipesa dalle mascalzonate dell’aeronautica militare italiana che avrebbe nascosto le prove dell’avvenuta battaglia aerea.

I fatti che conosco direttamente li ho pubblicato venti anni fa in “Ustica verità rivelata” con tutti i documenti contro cui nessuno ha mai avito da obiettare. Il segreto di Stato imposto da Conte riguarda le attività del colonnello Giovannone dei nostri servizi segreti, il quale ai tempi di Ustica e della strage di Bologna (35 giorni dopo) lavorava presso la nostra ambasciata di Beirut e da lì informava con fonogrammi cifrati il ministero degli esteri italiano dei piani e delle attività sul suolo italiano degli arabi in generale e in particolare delle varie fazioni dell’Olp di Yasser Arafat, di cui la più aggressiva era l’FPDP del medico cristiano George Habbash.

Libici e palestinesi erano convinti – e certo non se l’erano inventato – di avere mano libera sul nostro territorio per compiere le azioni che ritenessero necessarie. Così ad esempio ci fu la stagione durante la quale Gheddafi spedì in Italia un plotone di killer che si dedicarono allo sterminio sistematico degli oppositori del suo regime, senza incontrare resistenza da parte di polizia e magistratura che guardavano altrove. Ma non sempre andava tutto liscio perché capitava ogni tanto il giudice (ricordiamo il giudice Carlo Mastelloni quando inseguiva Arafat con un mandato di cattura) o il poliziotto che non sentivano il dovere di rispettare il patto. Quel patto ricevette un nome probabilmente abusivo: “Lodo Moro”, nel senso che la politica estera fortemente filopalestinese e filoaraba seguita da Aldo Moro avrebbe ispirato una sorta di codice di comportamento non ufficiale ma ufficioso che di fatto garantiva l’impunità a chi fosse stato trovato in Italia mentre commetteva o tramava un attentato purché non contro l’Italia. Accadde che alcuni missili aria terra destinati ad abbattere aerei di linea israeliani furono trovati dai magistrati nelle mani di Daniele Pifano, leader “autonomo” degli infermieri del Policlinico Umberto Primo a Roma. Ci furono arresti e sequestri. George Habbash si infuriò e chiese a vivissima voce il rispetto dei patti: rivoleva i suoi missili e i suoi uomini arrestati, ma trovò una strenua resistenza nelle forze dell’ordine su cui pensava di poter comandare. Gli fu opposto un netto rifiuto.

Secondo quello che Giovannone sapeva a Beirut, e che la presidenza del Consiglio giallo-rossa sèguita a coprire, era un piano di rappresaglia in due colpi: il primo, sarebbe stato un avvertimento: Ustica. Il secondo il castigo: Bologna. Questi cablogrammi di Giovannone e della stazione Sismi di Beirut sono stati a viva voce richiesti dall’associazione delle vittime di Ustica che non si beve la palla del missile e dell’aereo di Gheddafi e ha chiesto, con le vittime della stazione di Bologna, di tirar fuori le carte e vedere che cosa c’è scritto. Conte ha risposto, senza impelagarsi in congiuntivi: magari, forse, fra una trentina d’anni, quando saranno tecnicamente morti tutti.

Ora, diteci voi: non è geniale un governo della trasparenza? Sembra del tutto uguale agli altri, ma è molto peggio perché più d’ogni altro tratta i cittadini come sudditi. Peggio dei più fetidi governi dell’opacità democristiana. Ora ripeterò quel che io so di Ustica e che risulta dagli atti dei testimoni.

Primo: subito dopo la sciagura intervistai l’allora tenente colonnello Lippolis, che per la protezione civile era arrivato sul posto mentre ancora galleggiavano i cadaveri bruciacchiati legati ai loro sedili, prima di inabissarsi definitivamente. Mi disse Lippolis: “sono un esperto di esplosioni perché vengo da un disastro causato dai fuochi d’artificio su una barca in Sicilia. Ho visto i cadaveri e presentano ustioni crescenti quanto più sono vicini alla camera di scoppio di un ordigno che era evidentemente sistemato nella tolette centrale di quel tipo di aereo. E poi, disse, man mano che ci si allontanava dal fornello dello scoppio i cadaveri presentavano ustioni sempre più deboli e poi nulla del tutto.

Secondo: l’intero aereo – salvo piccole parti della coda – fu rintracciato e recuperato sul fondo del mare grazie all’opera di una ditta francese che si regolò con le equazioni basate sulla velocità, direzione, verso, momento dell’esplosione, conseguente disintegrazione dei diversi pezzi secondo la loro massa e le traiettorie che li fecero ammarare.

Terzo: un missile (almeno i missili del 1980) non penetra un aereo esplodendogli dentro, ma esplode di fronte all’aereo che viene polverizzato da una massa. L’aereo di Ustica non è affatto polverizzato e non ha alcun segno di missile ricevuto. Quando chiesi al tenente colonnello Lippolis se avesse detto ai giudici ciò che lui aveva visto sui cadaveri dei passeggeri, mi rispose: “No, me l’hanno impedito. Mi hanno fatto altre domande burocratiche e quando ho cercato di dire quel che ho visto mi hanno licenziato”.

E poi ci fu il caso di Frank Taylor, un fisico inglese che risolse il caso dell’aereo esploso sul cielo di Lockerbie in Scozia, su cui Taylor ricostruì ogni fibra e traccia ed expertise, fino a consentire al governo di inchiodare la Libia di Gheddafi che fu costretto a scusarsi e pagare i danni. Questo Taylor fu chiamato alla sbarra e disse subito di aver già visto che il Dc9 di Ustica era stato fatto saltare con una bomba, probabilmente collegata con un altimetro. Ma lo cacciarono subito via dal processo. Lo accusarono di non so più quali malefatte e lo misero alla porta. Accadde così che Taylor convocò una conferenza nell’aula magna del CNR in piazzale Aldo Moro, a Roma, dove andai io e pochi esperti di giornalismo aviatorio, ma non c’era uno solo dei grandi inviati che hanno fatto carriera con la bufala del missile. E Taylor parlò per ore davanti all’enorme lavagna illustrando le modalità dell’esplosione e basandosi sui fatti, i reperti, le temperature, le fibre, i vettori, gli esplosivi, una lavagna che sembrava quella di Einstein.

Non si scomodò nessuno per venire a sentire le sue parole, che erano le parole del maggior esperto del mondo in attentati sugli aerei. Così, come accade soltanto in Italia, alla fine la giustizia ha servito due sentenze in conflitto fra loro, una civile una penale, con quella civile secondo cui ci fu una battaglia aerea come in un videogame perché gli americani – nella solita parte dei banditi arroganti e fuori legge – avevano cercato di ammazzare Gheddafi che sarebbe stato in volo su un Mig di fabbricazione sovietica, del tutto inesistente.

Le associazioni delle vittime hanno implorato il governo di togliere il segreto di Stato sull’unica cosa che conta: qual era la vera natura delle minacce di compiere attentati in Italia da parte di organizzazioni palestinesi come l’FPLP di George Abbash che era anche sostenuto dalla Libia. Il Conte ha fatto una smorfia aristocratica e ha detto: troppo presto per dare le perle ai porci. La verità può aspettare. Si segreti tutto, e tanti saluti alla trasparenza.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.