"Così governiamo il disordine mondiale"
Talò: “Identità, ucraina e mercati: ecco perché l’Europa è il nostro unico patriottismo”
Diplomatico di lungo corso, già Consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, ambasciatore in Israele e rappresentante alla Nato, Francesco Maria Talò è oggi Inviato Speciale italiano per l’IMEC, il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa.
Ambasciatore Talò, in Europa sembra riemergere la ricerca delle piccole patrie: dalla nostalgia per la Germania Est comunista alla Serbia che piange il generale Mladic, un criminale di guerra. Che cosa succede?
«Nei momenti di difficoltà ciascuno cerca rifugio in una zona di conforto identitaria. Non penso che qualcuno possa avere razionalmente nostalgia della Germania Est. Non a caso, la nostalgia riguarda soprattutto chi è risultato perdente nei rispettivi sviluppi. In Germania la Sassonia-Anhalt è il Land più povero dell’Est. E questo voto va trattato con rispetto».
Come si affronta questo disagio?
«Chi parla di identità non va demonizzato. Bisogna dialogare con persone che hanno motivi oggettivi di disagio, usando argomenti vicini alla loro sensibilità, non prediche da lontano. L’identità è fondamentale, per l’individuo e per la comunità. Ma può convivere con un’identità europea più ampia. L’Europa deve rafforzarsi per competere nel mondo e garantire quel benessere al quale aspirano i cittadini».
L’Europa può ancora rappresentare questo collante, in un Occidente disorientato anche dalla postura di Trump?
«Dovrebbe. “Ich bin ein Berliner” diceva Kennedy, identificandosi con la ferita di una comunità locale che diventava la ferita dell’intero Occidente. È quello che abbiamo fatto dopo l’attacco a New York: siamo tutti americani, tutti newyorkesi. È l’essenza del motto europeo: unità nella diversità».
Eppure sembra incrinarsi anche il rapporto con la globalizzazione.
«La globalizzazione è cambiata, ma non possiamo disinventarla. L’interdipendenza è nei fatti e nel sistema economico. Dobbiamo evitare che produca condizionamenti e dipendenze e imparare a governarla mantenendo il controllo. La formula che ripeto è: essere più indipendenti in un mondo interdipendente».
Come si spiega ai cittadini la fine di modelli industriali che hanno garantito lavoro e identità?
«Non è facile. Bisogna dire che la vecchia industria automobilistica, anche per errori che dobbiamo riconoscere, non esiste più. Serve un mea culpa e bisogna guardare al futuro: reinventare il piano industriale, coniugando iniziativa privata e intervento pubblico».
La guerra in Ucraina rende tutto più difficile. I tedeschi la sentono più degli italiani?
«Sì, anche perché sono stati trincea durante la Guerra fredda. Oggi sono più vicini a un conflitto che non è dentro la Nato, ma che la lambisce. Kaliningrad è molto vicina».
Perché Europa e Germania sono diventate bersagli degli attacchi ibridi?
«Perché l’Europa è forte – per il supporto militare ed economico a Kyiv – e debole allo stesso tempo, perché non ha unità politica. Due aspetti che si riflettono nella Germania. Berlino, dentro l’Europa, è quella che compie gli sforzi maggiori. Chi è forte dà fastidio».
Siamo ormai dentro una guerra senza dichiarazione formale?
«È finita la separazione netta tra pace e guerra. Viviamo in una zona grigia nella quale bisogna vigilare e rafforzare la deterrenza. Durante la Guerra fredda funzionò benissimo, soprattutto grazie all’impegno americano. Fu una guerra di logoramento e alla fine una delle due parti fu logorata più dell’altra. È un elemento che ritroviamo anche nel conflitto Russia-Ucraina».
L’incontro di Mosca tra Putin e Witkoff è un segnale positivo?
«Incontrarsi è positivo. C’è inoltre un elemento interessante: l’interprete del Cremlino ha parlato apertamente di “conflitto” e non più di “operazione speciale”. Dopo quattro anni e mezzo si prende atto di una realtà. Ora bisogna trovare il modo di porvi fine con la pace più giusta possibile. Aggiungerei anche “possibile”: senza questa condizione, la pace rischia di essere illusoria».
Che cosa deve fare l’Europa?
«Sperare nel bene e prepararsi al peggio. La diplomazia deve cercare il meglio, ma bisogna anche sostenere l’Ucraina. E bisogna spiegare ai cittadini che non lo facciamo soltanto perché è giusto essere solidali con un Paese aggredito: è anche nel nostro interesse. È un investimento per noi stessi».
Dunque anche il sostegno all’Ucraina è patriottismo?
«Il sostenitore delle piccole patrie deve essere coerente e difendere gli interessi nazionali. Si può essere patrioti italiani o tedeschi e sostenere l’Ucraina. Le patrie possono essere molte, ma devono coesistere. Essere anti-europeisti per difendere la propria patria è un boomerang: senza l’Europa, la propria piccola patria va in rovina. E l’azione europea serve anche a rafforzare la deterrenza. Dopo l’Afghanistan è arrivato un segnale che il Cremlino può aver interpretato in modo erroneo. Oggi il mondo deve capire che l’Occidente mantiene i propri propositi».
In un mondo che sembra voler tornare ai muri, che ruolo ha l’IMEC?
«L’IMEC significa fare i nostri interessi: quelli dei produttori e dei territori che vivono di esportazione. L’Italia è sempre più una nazione esportatrice e questo significa lavoro. Perciò servono infrastrutture, itinerari e soprattutto rotte marittime che dobbiamo controllare per quanto possibile. L’IMEC è un progetto ancora in divenire, non definito una volta per tutte, ma proprio per questo dobbiamo lavorarci subito, senza aspettare i tracciati definitivi. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani lo sa benissimo e sta facendo il massimo per dare ai mercati italiani nuovi sbocchi. Anche questo è il senso della sua missione di questi giorni in Argentina e Brasile».
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