Mikis Theodorakis se ne è andato giovedì 2, e subito il primo ministro greco Mitsotakis ha proclamato tre giorni di lutto nazionale mentre persino le radio commerciali hanno sospeso i programmi per trasmettere ininterrottamente le sue musiche alternate alle poesie, ai discorsi, a spezzoni di interviste. Perché fino all’ultimo, novantaseienne e uno stato fisico precario, “O Psilos”, l’Alto, come veniva chiamato dagli amici, aveva continuato a comporre, a presenziare a eventi e concerti, a dire la sua soprattutto su questioni sociali e politiche, dispiacendosi delle reazioni che le sue opinioni suscitavano, sì, dispiacendosene molto perché lui non era proprio il tipo del “me ne infischio”, ma nonostante questo insistendo a vedere la realtà come i suoi occhi stanchi la vedevano, e a raccontarla con onestà.

Occhi stanchissimi, quelli del grande artista e combattente. Non bastavano dolori acuti e vertigini, effetto delle tante botte prese in passato nelle varie galere e sale da tortura. E il dover usare la sedia a rotelle, con cui orgogliosamente si mostrava quando rappresentavano una sua opera o c’era da incoraggiare qualche giovane dotato. Nel 2012, a una manifestazione contro le misure d’austerità imposte alla Grecia dall’Europa, qualche strambo contestatore, chissà se perché troppo esagitato per capire chi avesse di fronte o perché lucidamente convinto di dover combattere le idee con la violenza, gli aveva schizzato negli occhi uno spray al peperoncino. A lui. A Mikis. A uno che pur di non apporre una maledetta firma su un maledetto foglio dichiarando di abiurare alle convinzioni marxiste, si era serenamente preparato a morire.

Musicista, poeta, compositore, attivista politico. Theodorakis è stato tutto questo, e tutto allo stesso tempo. Un tempo lunghissimo, perché, nato il 29 luglio 1925, quando a diciassette anni dà il primo concerto con la sua opera Cassiani, già è impegnato nella Resistenza contro l’occupazione nazi-fascista. Nessuna paura fisica. Nessun ostacolo da parte dei genitori. Il padre, Giorgios, devoto al leader antimonarchico Venizelos, era fuggito con la fidanzata allo scoppio della guerra greco-turca, su una barchetta di fortuna, riparando all’isola di Chio, dove era nato Mikis, e poi spostandosi in varie città greche. Un uomo coraggiosissimo, lo ricorderà sempre il figlio, che dal suo esempio imparerà che avere paura è naturale e sano, ma non farsene condizionare vuol dire diventare umani. Il 23 marzo 1943 Mikis finisce in carcere perché ha picchiato un ufficiale italiano, e qui, lui che fino a quel momento ha professato ideali cristiani e combattuto in nome della libertà, conosce detenuti che gli parlano dei principi marxisti. Seguono altri arresti, altra prigione. È quando viene internato, durante la guerra civile, nel campo di Makronissos, insieme al poeta Yannis Ritsos, che si trova di fronte al ricatto: tortura e morte per chi non firma la rinuncia al comunismo. Non cede, e solo per una casualità che si può solo definire colpo di fortuna ha salva la vita.

L’incontro con Ritsos è fondamentale. Lui è il primo dei poeti i cui versi Theodorakis metterà in musica, poeti che via via avranno i nomi di Kambanellis, Lorca, Seferis, Behan, Elytis. Perché la musica Theodorakis non l’ha mai dimenticata. Stava studiando al conservatorio di Atene, quando l’hanno imprigionato. Torna a studiare nel 1950, una volta libero, e dopo essersi diplomato e va a Parigi, dove diventa allievo di Messiaen e Bigot, e scrive musica sinfonica, colonne sonore, balletti. È bravissimo anche come direttore d’orchestra, acclamato in tutta Europa. Il suo volgersi alla musica popolare, proseguendo sulla strada intravista dando un suono ai versi di Ritsos – notevole Epitafios, Epifania – fa storcere il naso. Ma come, uno come lui formatosi da Messiaen? Mentre i critici si rammaricano della svolta (che poi svolta non è, ma arricchimento, dato che Theodorakis non smette di comporre musica “seria”), arrivano pezzi sempre più belli e che fanno impazzire il pubblico, come Romancero gitano o I ghitona ton anghelón. Parallelo all’impegno artistico, quello politico: Theodorakis è deputato dell’Eda (Unione Democratica della Sinistra), e quando c’è il colpo di stato dei colonnelli, 21 aprile 1967, dopo qualche tempo passato in clandestinità viene catturato e di nuovo incarcerato. Non smette di scrivere.

Oltre il muro azzurro
Il cielo azzurro
Una madre sta aspettando.
Sono anni ormai, da quando l’ho vista.
Perché non mi sono conformato ai regolamenti.
Il tempo arriva, il tempo passa
Cammino dietro il filo spinato.
I giorni neri passeranno
Prima di rivederti.
Perché non mi sono conformato ai regolamenti.
(1970)

Lo sdegno è grande e mondiale. Ormai è famoso in tutto il mondo, grazie alla colonna sonora di Zorba il greco, e tutto il mondo chiede il suo rilascio, che avviene però solo nel 1970, dopo essere stato internato anche nel carcere di Oropòs e ricoverato varie volte in ospedale, in fin di vita per gli scioperi della fame. Anche Ritsos è in carcere, e anche lui non smette di creare. Nel ’73 esce un disco, interpretato da Yorgos Dalaras, con 18 canzonette per la patria amara, musiche di Theodorakis e alcuni testi di Rtsos. Paradossale che una delle più note, Popolo, venga intonata molti anni dopo durante le manifestazioni contro le misure di austerità, quando Theodorakis sarà invece su posizioni critiche. Contraddizioni di un grande, ripensamenti?

Il simbolo della Resistenza greca, una produzione artistica indissolubile dagli ideali marxisti (anche dopo la sua liberazione, in Grecia le sue opere restarono a lungo proibite, e i suoi concerti venivano spesso interrotti dalla polizia), una vita funestata da torture e reclusione e all’insegna degli scontri con l’autorità: difficile far convivere tutto questo con l’invito alla polizia, tra il 2008 e il 2009, a «contenere i disordini». Subito viene tirato fuori il suo “tradimento” antico, quando si era avvicinato al Centro-Destra in seguito agli scandali in cui era stato implicato il socialista premier Papandreu. E dunque? Dunque, andrebbe sempre ricordato il filo conduttore del pensiero e dell’agire di Theodorakis: pace, libertà, solidarietà, uguaglianza. Non credeva nella dittatura, nemmeno in quella del proletariato, che non pensava fosse un passaggio obbligato, anzi. Perché una volta che si è instaurata la dittatura, non te ne liberi più. Il suo sogno di un marxismo cristiano andava di pari passo con l’idea di una legge universale dell’armonia che governa il mondo, l’universo. E che non include la violenza.

Una cosa va detta assolutamente, sul modo in cui è stato ricordato dopo la morte. Non c’è titolo di giornale o sito, in Italia e fino in America, che non abbia associato il nome di Theodorakis al “sirtaki”, come se quella danza fosse la sua invenzione più importante. È il ballo con cui Anthony Quinn e Alan Bates reagiscono al disastro nel film di Michael Cocoyannis Zorba il greco. Più precisamente, è il ballo che Quinn insegna a Bates, straniero. Come ha detto il musicologo Franco Fabbri, non è espressione affatto del “più vero spirito greco”, ma si tratta di un falso d’autore. Non ha niente a che fare con il popolare sirtós, diffuso in varie parti della Grecia, ma è simile piuttosto, se proprio vogliamo trovare un antecedente, all’hasapikós, la danza della corporazione dei macellai di Costantinopoli, scritta per il bouzouki: non musica popolare, quindi, ma tradizione inventata. Un falso riuscitissimo, visto che è per quello che il mondo si mobilitò per Theodorakis in prigione, ed è quello che oggi tutti ricordano. D’altra parte, il bisogno di portare a tutti la musica e la poesia era un’altra delle idee fisse di Theodorakis. Lo racconta Iva Zanicchi, che incontrò il Maestro a Roma e, nel 1970, pubblicò l’album Caro Theodorakis, da cui fu tratto il singolo Fiume amaro che superò il milione di copie di vendita.

«Quando Mikis era in prigione un suo amico venne a Milano e mi portò alcune sue canzoni. Io mi entusiasmai e decisi di farne un intero disco. Una volta libero, Mikis mi telefonò: “Appena sto meglio sono curioso di sentire come hai cantato le mie canzoni. Vengo a Roma, ti vengo a trovare”. L’occasione fu la sua operazione per togliere l’appendice. Era in una stanzetta da solo e aveva vicino due signori, anche loro dissidenti usciti dal carcere. Ero andata con Gigi Vesigna e un fotografo, avevo portato il giradischi per fargli ascoltare la “lacca”, ed ero più che timorosa, addirittura angosciata. Mi sono messa su una sedia in un angolo. Loro non hanno detto una parola, si sono presi per mano e ti giuro hanno pianto tutto il tempo dell’ascolto del disco. Poi lui mi ha abbracciato e mi ha scritto una dedica in francese, che è diventata la copertina dell’album: “Grazie Iva perché la tua voce ha incontrato la mia musica”. Quello che lui trasmetteva era una serenità incredibile, e questa gioia e consapevolezza che con la sua musica lui superava, vinceva ogni bandiera. Non c’era carcere che tenesse. La sua musica era per tutti e di tutti. Tutta la nostra area mediterranea, tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono nella sua musica».

L’obiettivo di arrivare a tutti l’aveva centrato in pieno. Una delle storie che amava di più raccontare era dell’incontro, in un villaggio sperduto di montagna, con un vecchio che procedeva lentamente sul dorso di un asino. Non riconoscendolo ma capendo che era un “signore”, uno che poteva sapere le cose, gli aveva domandato dove potesse comprare l’ultimo disco di Mikis Theodorakis, Axion Esti. Un lavoro complicato, un poema di Odysseus Elytism che Theodorakis aveva musicato. «Che un vecchio contadino greco non solo ne avesse sentito parlare, ma addirittura volesse avere quel lavoro, è stata una delle gioie più grandi della mia vita».

Ho tre vite
Una con cui soffrire, una con cui desiderare
E la terza con cui vincere
(1969)