Digitale
Transizione 5.0, la scelta paradossale di togliere cloud e SaaS dagli incentivi
L’errore politico prima ancora che industriale è immaginare che la trasformazione digitale delle imprese italiane passi ancora per l’acquisto di server e licenze tradizionali. Il mercato ICT ha già scelto altro: cloud, software a canone, servizi “as-a-service”. E il piano Transizione 5.0 rischia di incentivare un modello tecnologico che appartiene più al passato che all’economia reale. L’esclusione dei software cloud e SaaS dagli incentivi fiscali previsti dall’iperammortamento ha acceso la protesta delle principali associazioni del settore ICT. Assintel e Anitec-Assinform parlano apertamente di misura “anacronistica”, incapace di leggere l’evoluzione del mercato digitale e potenzialmente dannosa soprattutto per le piccole e medie imprese. “L’esclusione dei software in cloud dall’iperammortamento di Transizione 5.0 è una scelta che va nella direzione opposta a quella che è l’evoluzione digitale”, ha dichiarato la presidente di Assintel, Paola Generali, sottolineando come oggi il software as-a-service rappresenti circa l’80% delle modalità con cui le imprese adottano innovazione tecnologica.
Il nodo non riguarda una nicchia del mercato, ma uno dei comparti più dinamici dell’economia italiana. Secondo il rapporto “Il Digitale in Italia” di Anitec-Assinform, il mercato digitale nazionale ha raggiunto nel 2024 gli 81,6 miliardi di euro, con prospettive di crescita fino a 93 miliardi entro il 2028. Cloud computing, cybersecurity e intelligenza artificiale sono oggi i principali motori dello sviluppo ICT italiano. Il solo comparto cloud vale già oltre 8 miliardi di euro e cresce a ritmi superiori al 16% annuo. Dietro questi numeri c’è un ecosistema industriale che comprende hyperscaler internazionali come Microsoft, Amazon Web Services, Google Cloud e Oracle, ma anche operatori italiani come TIM Enterprise, Aruba, Engineering, Reply e Almaviva, insieme a centinaia di PMI innovative che sviluppano software, cybersecurity, data analytics e AI in modalità cloud-native. Secondo le stime del settore, l’ICT italiano impiega oltre 620mila addetti diretti, con una crescita trainata proprio dai servizi cloud e dalla sicurezza informatica. È qui che si concentra oggi la domanda di competenze avanzate, in un mercato del lavoro che registra oltre 136mila annunci ICT l’anno. La contraddizione evidenziata dalle associazioni è evidente: il Governo considera strategiche intelligenza artificiale, digitalizzazione industriale e cybersecurity, ma esclude dagli incentivi proprio il modello tecnologico attraverso cui queste soluzioni vengono ormai distribuite alle imprese. Oggi AI generativa, protezione cyber, ERP evoluti e piattaforme collaborative vengono infatti adottati quasi esclusivamente tramite cloud e modelli a canone.
Anche Massimo Dal Checco ha parlato di “passo indietro rispetto all’evoluzione del mercato”, ricordando che le precedenti normative avevano incluso esplicitamente i canoni cloud tra i beni agevolabili. Una posizione condivisa anche da numerosi operatori industriali e system integrator, che vedono nella misura il rischio di rallentare gli investimenti proprio nel momento in cui l’Europa spinge sulla sovranità digitale e sulla competitività tecnologica. Il rischio, osservano gli operatori, è duplice. Da un lato si riduce l’efficacia stessa di Transizione 5.0, che nasce per accelerare l’innovazione produttiva; dall’altro si penalizzano soprattutto le PMI, cioè le imprese che più beneficiano del modello SaaS che consente accesso a tecnologie avanzate senza investimenti iniziali elevati. “Per le micro e piccole imprese ogni ostacolo procedurale in più è un investimento in meno”, ha osservato ancora Generali, chiedendo una revisione della norma e una maggiore semplificazione dell’accesso agli incentivi. Sul piano politico la partita resta aperta. In Senato sono stati presentati emendamenti per reinserire il cloud tra le spese incentivabili. La posta in gioco va oltre il tecnicismo fiscale: riguarda la capacità dell’Italia di allineare la politica industriale alla trasformazione reale dell’economia digitale. Perché nel 2026 incentivare soltanto il software “on premise” equivale, di fatto, a finanziare un modello industriale che il mercato ha già superato. Da tempo.
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