Continua, con la nuova formula, Internazionale a Ferrara, il festival organizzato dall’omonima rivista.  Un format nuovo per un “festival ponte” che vedrà un appuntamento al mese fino a maggio. A gennaio, nelle giornate del 16 e del 17, l’Europa sarà al centro dell’appuntamento con un’intervista esclusiva a Paolo Gentiloni, le testimonianze dalla Bielorussia, una riflessione sulle disuguaglianze e un approfondimento sull’ascesa delle nuove destre. Ancora una volta, l’incontro si terrà in diretta streaming sul canale Facebook del settimanale.

Tra gli ospiti, Stefano Zamagni – professore, economista ed ex presidente dell’Agenzia per il terzo settore, oggi presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali – interverrà sabato 16 gennaio, ore 16, per parlare di come l’epidemia da Covid-19 abbia scatenato anche una crisi sociale, acuendo le disuguaglianze. Ma queste non sono un prodotto diretto della crisi sanitaria: piuttosto, sono le regole del gioco economico e soprattutto finanziario a generarle. In questa occasione il professore presenterà, discutendone insieme a Laura Serrano Conde, giornalista spagnola corrispondente in Italia dell’Agenzia di Stampa Efe, Disuguali, la sua ultima ricerca pubblicata da Aboca Edizioni.

In attesa dell’appuntamento del 16 gennaio, ci siamo confrontati con lui su come leggere la nostra attualità a partire proprio dalle categorie di disuguaglianza.

Professor Zamagni, la nozione di povertà è stata rivista più volte nel corso dei decenni. Oggi coesistono criteri e paradigmi diversi, cosa è cambiato rispetto al passato e perché si tratta di una categoria così sfuggente? Cosa significa essere poveri oggi, in un mondo in cui aumentano i cosiddetti working poor e in cui reddito, competenze e opportunità sembrano scollegati?

È necessario sottolineare una distinzione importante: quella tra povertà e diseguaglianza. Con il concetto di povertà si fa riferimento soprattutto al povero assoluto. Le Nazioni Unite indicano come soglia della povertà la cifra di due dollari al giorno, considerata necessaria a incamerare nel proprio organismo almeno le 1200 calorie necessarie a sopravvivere. Naturalmente, chi lavora o fa sport, per esempio, ha un fabbisogno anche maggiore. I poveri assoluti nel mondo sono oggi 850 milioni, ma fino a 10 anni fa erano circa 2 miliardi.

Va detto che la globalizzazione è valsa a ridurre la povertà assoluta ma ha comportato un aumento delle diseguaglianze. L’economia di mercato, nonostante una convinzione diffusa, ha bisogno che la povertà scompaia: i poveri non sono funzionali perché non contribuiscono a far crescere la domanda. Lo insegna Keynes: il mercato ha bisogno che la gente vada a comprare. Il punto è che l’economia di mercato di tipo capitalistico, oggi dominante, combatte la povertà ma favorisce la diseguaglianza. La globalizzazione ha determinato negli ultimi 40 anni un aumento vertiginoso della diseguaglianza, la quale, a differenza della povertà, è un concetto relativo, che misura una distanza.

È importante che questa consapevolezza si diffonda, in particolare tra coloro che si occupano della cosa pubblica. Si crede che il problema sia quello di risolvere la povertà assoluta, ma non è così: i rischi vengono, infatti, dalla diseguaglianza. Sono quanti si considerano marginalizzati a scendere in piazza.

Si vedano gli eventi recenti che hanno avuto luogo a Capitol Hill: a protestare non erano poveri in quanto tali, ma gruppi che si consideravano emarginati. Il nemico primo della democrazia è la diseguaglianza, che, come insegna Amartya Sen, rappresenta una minaccia alla libertà. Il malcontento nasce dalla violazione di un senso di giustizia sociale.

Tutti sappiamo che la povertà assoluta sarà eliminata perché non è funzionale alla logica del mercato. La diseguaglianza, però, non è solo legata agli attributi di reddito – ancora, quella è la povertà. La diseguaglianza è invece multiforme: si parla di diseguaglianze di reddito, di genere, etniche. Per combatterla ci vuole una strategia diversa da quella necessaria a combattere la povertà, per la quale servono politiche in chiave redistributiva, più o meno assistenziali, ma che non ottengono risultati sul fronte della diseguaglianza. Per intervenire su questo secondo fronte, bisogna cambiare le regole del gioco, le istituzioni.

Notava come frequentemente nel discorso pubblico si tenda a sovrapporre le categorie di povertà e diseguaglianza e come quest’ultima, più che la prima, abbia un impatto determinante sul piano politico e istituzionale. Perché secondo lei si continua a concentrare l’attenzione sul problema della povertà piuttosto che su quello della diseguaglianza?

Con questo ha a che fare il cosiddetto conservatorismo compassionevole. Il povero fa sempre commuovere. Non si troverà mai una forza politica contro i poveri. Le differenze in ambito politico emergono piuttosto quando si mette in campo il tema della diseguaglianza.

Lo diceva già Aristotele: se volete che la democrazia funzioni, è necessaria una relativa eguaglianza. Non potrà mai esserci democrazia se le differenze tra i gruppi sociali sono troppo marcate. Si hanno due possibilità: o si favorisce una maggiore eguaglianza o si rinuncia alla pratica democratica. Il principio democratico, se ci sono troppe diseguaglianze, non funziona e finisce per essere limitato. Si sono sempre alternate queste due fasi: se a votare sono soltanto i ricchi, è chiaro che si conservi l’establishment; se si apre la politica alla maggioranza è evidente che questa si adopererà per cambiare le regole. In forma limitata, questo problema si pone anche in Italia.

Nel suo libro (Aboca ed.) Diseguali lei scrive che due terzi dei poveri multidimensionali vivono in Paesi considerati non poveri. Come si articolano le nuove disuguaglianze? Lei scrive che non c’è nulla di irreversibile in questo capitalismo. Ma i movimenti di Black Lives Matter, delle donne e ambientalisti sembrano gli unici a opporsi a esso. Come leggere un contesto nel quale solo alcuni gruppi sociali, legati soprattutto dall’essere classi subalterne, si fanno carico della comprensione e della messa in atto del cambiamento?

Il caso degli Stati Uniti è esemplare in questo senso. Nello stesso paese e nello stesso periodo si sono verificate manifestazioni di massa in un caso, quello di Black Lives Matter, per difendere la parità etnica, nell’altro per difendere posizioni opposte, che tendono a rivendicare un primato e una supremazia dei bianchi. Questo dimostra che la diseguaglianza è pluridimensionale, non solo reddituale. Hai persone che danno la priorità alla parità di genere, o alla paritò etnica, e altri che danno la precedenza a quella dimensione della diseguaglianza che si lega alla globalizzazione e alla finanziarizzazione dell’economia.

Trump prometteva di ridurre la globalizzazione, rifiutando di ratificare, per esempio, gli accordi relativi al cambiamento climatico, così da mantenere posizioni lavorative nei settori del carbone e del petrolio. Tutto questo dimostra la necessità di una lettura pluridimensionale. È chiaro che persone diverse hanno scale di valori diverse. Trump si è rivolto ai gruppi identitari: chi ritiene che conservare l’identità dell’uomo bianco sia il valore supremo, in contrapposizione ad altri che promuovono la parità di trattamento.

Quali sono oggi le trasformazioni più urgenti da porre in atto e con quali obiettivi? Può spiegarci cosa sono le strategie trasformazionali e in cosa si differenziano dal riformismo?

Nel caso italiano, è innanzitutto necessario trasformare il sistema fiscale: così com’è ora, si basa su un errore teoretico. In Italia si tassano di più i salari e i profitti e meno le rendite, questo non va.

È poi necessario trasformare il sistema scolastico e universitario, attualmente di tipo tayloristico, modello che è stato trasferito, senza che quasi nessuno se ne accorgesse, negli ospedali, nelle scuole e nelle università. Se rimane questo impianto, è inutile riformare, si peggiora la situazione. Si pretende di dare una nuova forma a un corpo malato, di guadagnare un po’ di tempo senza risolvere il problema alla base. Le scuole e le università devono tornare a essere lughi educativi e non solo luoghi di istruzione. La scuola deve in primo luogo educare, soprattuto ai valori della costutuzione.

In terzo luogo, bisogna trasformare in maniera radicale il mondo dell’imprenditorialità: soffriamo un calo del tasso di imprenditorialità, sono più le imprese che muoiono di quelle che nascono. Confondiamo l’imprenditorialità con la managerialità, ma sono cose diverse. Abbiamo tanti bravi manager, ma gli imprenditori sono altro. Vediamo così le nostre migliori imprese comprate dagli stranieri: avremo manager italiani ma non più imprenditori italiani.

Quarto: è importante risolvere il problema Nord-Sud. Il 33% della popolazione vive nel Sud e sperimenta una condizione di diseguaglianza.

Quinto: bisogna avere il coraggio di tagliare il nodo gordiano della burocratizzazione. Soffriamo di una elefantiasi della burocratizzazione. Basti pensare che in Italia le leggi ad oggi vigenti sono 60.000, mentre, per esempio, in Germania sono 7500. Si fanno leggi su leggi per alimentare la burocrazia.

Infine, è necessario passare dal modello elitistico e competitivo al modello deliberativo di democrazia, passaggio ancora indesiderato dalla maggior parte dei politici italiani.

Il riformismo è una strategia conservatrice. Riformare vuol dire dare nuova forma a qualcosa che, di fondo, rimane intatto. Occorre invece trasformare: cambiare la sostanza, il contenuto di ciò di cui si parla.