Le regole penitenziarie europee – indicate nella raccomandazione dell’11 gennaio 2006 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa agli Stati membri – esprimono con chiarezza un concetto: “Gli istituti penitenziari devono essere posti sotto la responsabilità di autorità pubbliche ed essere separati dall’esercito, dalla polizia e dai servizi di indagine penale“. È un principio guida di assoluta importanza. Le carceri sono luoghi complessi, comunità dolenti animate da persone diversissime per cultura, ceto, provenienza, in coatta convivenza. Per tale ragione, le regole penitenziarie europee prevedono che gli istituti siano gestiti in un contesto in cui sia prioritario l’obbligo di trattare tutti i detenuti con umanità e di rispettare la dignità che è propria di ogni essere umano. Prevedono che il personale penitenziario abbia chiaro il suo scopo, che è non solo di vigilanza ma anche e soprattutto di verifica che il carcere serva alla restituzione dell’individuo in società e sia a ciò orientato; che sia la direzione dell’istituto a indicare le linee guida per assicurarsi che la reclusione miri a tale scopo; che ogni istituto abbia un direttore qualificato per il suo ruolo con riguardo alle sue qualità personali e alle sue competenze amministrative, alla sua formazione e alla sua esperienza professionale; un direttore che sia incaricato a tempo pieno e dedichi tutto il suo tempo ai propri compiti istituzionali. Prevedono, inoltre, che le autorità penitenziarie assicurino che ogni istituto sia costantemente sotto la completa responsabilità del direttore, del vice direttore o di un funzionario incaricato.

Il direttore non può indossare una divisa, essere o apparire come il braccio punitivo dello Stato. Deve vestire panni civili e porsi come garante della sicurezza e del rispetto di tutte le regole che proiettano la pena alla sua funzione costituzionale. Deve essere un tutore esterno e terzo rispetto ad una atavica contrapposizione, forse irriverente ma efficace, tra “guardie e ladri”. E ciò nel rispetto di un concetto di sicurezza che mira alla protezione della società attraverso la riabilitazione della persona detenuta e il buon esito del reinserimento sociale, che porta con sé la riduzione del pericolo di condotte recidivanti. Per tali ragioni, è fondamentale respingere con forza il nuovo tentativo di militarizzare gli istituti penitenziari, destituendo il primato gerarchico del direttore, messo in atto nello schema di decreto legislativo Correttivi del riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate. Basti, per comprendere appieno, evocare le norme dell’ordinamento penitenziario in materia di impiego della forza fisica e uso dei mezzi di coercizione: “Il personale che, per qualsiasi motivo, abbia fatto uso della forza fisica nei confronti dei detenuti o degli internati, deve immediatamente riferirne al direttore dell’istituto il quale dispone, senza indugio, accertamenti sanitari e procede alle altre indagini del caso“. E poi: “Gli agenti in servizio nell’interno degli istituti non possono portare armi se non nei casi eccezionali in cui ciò venga ordinato dal direttore“.

Eliminare il rapporto di dipendenza gerarchica tra comandanti di reparto e direttori degli istituti penitenziari; sottrarre al direttore il potere disciplinare nei confronti del personale di polizia penitenziaria attribuendolo al comandante di reparto; escludere i dirigenti penitenziari dalla selezione del personale e dai consigli di disciplina del personale; attribuire al comandante di reparto la competenza relativa ad assegnazione, consegna e impiego dell’armamento individuale e di reparto significa, con tutta evidenza, modificare la sostanza del carcere e della sua essenza ordinamentale. Significa svilire, fino a esaurirlo, il ruolo fondamentale assegnato ai direttori di garanzia della legalità negli istituti di pena laddove legalità è, innanzitutto, centralità della tutela della persona detenuta nel rispetto dei valori fondanti della nostra Carta costituzionale. A ciò si aggiunga come, mentre da ormai oltre un decennio, il ruolo dei direttori di istituto non viene rinnovato in assenza di concorsi pubblici, i decreti in questione prevedono un aumento esponenziale dei posti di funzione riservati a funzionari e dirigenti del corpo di polizia penitenziaria. La tendenza evidente appare, dunque, un processo di militarizzazione che assegna ai direttori – già numericamente inidonei a coprire le necessità di organico degli istituti di pena – una funzione via via residuale che sembra mirare a cancellarne il ruolo e le prerogative a vantaggio del personale penitenziario. È invece di fondamentale importanza, nel delicato equilibrio di un luogo che deve contemperare l’aspetto coercitivo con l’imperativo costituzionale della pena, che permangano le prerogative di una figura terza, quella del direttore, che concili il bisogno di sicurezza con le tante istanze, di risocializzazione, amministrative, contabili, di un carcere.