Giovanni Marconi lavora nelle relazioni istituzionali territoriali del Gruppo A2A e coordina i laboratori di soft skills dell’Executive Master in Relazioni istituzionali della Luiss Business School. Ha alle spalle esperienze all’Ambasciata britannica di Roma, a Bruxelles e nella consulenza parlamentare. Presiede Talentia, associazione che lavora sui temi del lavoro giovanile, ed è attivo nel suo quartiere con Retake. “Una nuova idea di Paese” (Rubbettino, 2026) è il suo primo libro.

Lo abbiamo incontrato per parlare di ceto medio, orario di lavoro e di quell’Italia che – come Bill Murray in Ricomincio da capo – sembra condannata a rivivere sempre lo stesso giorno. Ma il loop, nel film come nella realtà, si può spezzare.

Il tuo libro “Una nuova idea di Paese” apre con una metafora cinematografica: l’Italia come “Il giorno della marmotta” con Bill Murray, intrappolata in un loop. Quando hai capito che quella immagine funzionava?
«Quando ho realizzato che potevo applicarla a qualsiasi talk show degli ultimi vent’anni. Cambiano le sigle, cambiano i conduttori, ma i problemi sono sempre gli stessi e le risposte pure. La burocrazia, il debito, la disoccupazione giovanile, la sanità in crisi. Come Phil Connors che si sveglia e sente sempre I Got You Babe alla radio: sai già com’è andata, sai già com’andrà».

Ti capita di sentire questo loop anche nelle conversazioni di tutti i giorni, con amici, parenti e conoscenti?
«Sempre. E sembra sempre che sullo sfondo ci sia l’impossibilità di cambiare le cose. Siccome lamentarsi è faticoso, ho detto: è meglio provare a lavorare e trovare soluzioni».

Il tuo libro parte proprio dal ceto medio. Chi è, oggi, il ceto medio italiano?
«Secondo l’OCSE è chi guadagna tra i 30.000 e i 90.000 euro lordi che in netto significa tra i 20.000 e i 60.000. Non è una grande cifra, soprattutto se stai verso i 20 e non verso i 60. E poi dipende se hai una casa di proprietà o meno e se hai una famiglia che ti sostiene. Il problema vero è che l’inflazione post-Covid è arrivata quasi al 10%. Quella si mangia una parte importante dello stipendio. Nel frattempo, l’assurdità è che nel nostro paese il sistema fiscale è diventato regressivo: alcuni ricercatori italiani della Paris School of Economics hanno dimostrato che in Italia il sistema fiscale è distorto in modo tale che il 7 per cento più ricco della popolazione paghi proporzionalmente meno tasse rispetto ai redditi medio-bassi. Questa cosa è assurda».

Cosa si fa, concretamente?
«Alla fascia dai 28.000 ai 50.000 euro lordi servono 200 euro netti in più al mese. Qui ci sono 6 milioni di lavoratori. La misura costerebbe circa 18 miliardi – quasi tutta l’ultima manovra di bilancio della Meloni. Per arrivarci servono tre azioni combinate: taglio della spesa pubblica inefficiente, recupero dell’evasione fiscale e un contributo sui patrimoni sopra i 100 milioni di euro. Il 2% su quella soglia ti dà 8 miliardi all’anno. E soprattutto ai cittadini devi dire che quel contributo non va nel bilancio generico dello Stato, ma in un fondo dedicato, quello che nel libro chiamo “Fondo ripartenza futura” per il ceto medio».

E sulla spesa pubblica, dove si taglia?
«Intervenendo sulle 1000 società partecipate e municipalizzare in perdita si possono recuperare circa 2,5 miliardi; passando dentro Consip anche gli acquisti in materia di sanità altri 2 miliardi; riducendo di 6000 vetture il parco auto della PA come ha esortato la Corte dei Conti si recuperano altri 250 milioni di euro. Senza contare gli sprechi negli uffici pubblici: bisogna diminuire il numero degli immobili in affitto e optare per i co-working tra diverse PA; va incentivato lo smart working prevedendo chiusure nei giorni non essenziali. Sono buone pratiche che porterebbero milioni di risparmi in bolletta. Sono calcoli, non slogan».

Proprio sullo smart working – e più in generale sull’orario di lavoro – hai una proposta interessante: 30 ore al 2030.
«Le 40 ore nascono 100 anni fa con Henry Ford, che fu un rivoluzionario perché prima si lavoravano anche 60 ore a settimana. Oggi siamo ancora fermi lì dopo cento anni, anche se la media italiana è già 37,5 ore e quella europea è 36. La Spagna ha di recente abbassato l’orario di lavoro tramite legge. Il punto è: se quello che prima potevi fare in 40 ore oggi lo puoi fare in 30 grazie all’AI, perché non impiegare il proprio tempo in altre attività e contemporaneamente far lavorare più persone? È un altro pezzo del loop che non ha senso perpetuare».

E a chi dice che l’Italia è già poco produttiva?
«Risponderei: partiamo con una sperimentazione, come ha fatto il Regno Unito – 100 aziende, 10.000 lavoratori, sei mesi. Si misurano i dati e se funziona si scala. I paesi che l’hanno fatto non sono tornati indietro, né le aziende né i dipendenti. E comunque non lo farei come obbligo ma come patto. Le imprese prendono più di 40 miliardi all’anno in incentivi: diamoli in misura proporzionalmente maggiore a quelle che garantiscono flessibilità sull’orario e danno almeno 8 giorni di smart working al mese ai dipendenti. Chi aderisce ha gli sgravi, chi non aderisce no. A volte i non-obblighi funzionano più degli obblighi».

C’è poi il tema dell’intelligenza artificiale come strumento contro la corruzione e le raccomandazioni. Non è un po’ azzardato pensare che la tecnologia risolva quello che è un problema culturale?
«Non da sola, no. Serve la prevenzione e la cura. L’IA può essere la cura rapida. Al Parlamento Europeo lo stanno già sperimentando: se gli dai in pasto i dati dei bandi truccati, li studia, si allena e poi in futuro riesce a riconoscere le anomalie mandando delle segnalazioni alle autorità competenti. Non sostituisce l’occhio umano, ma invece dei controlli a campione così avrai una copertura che funziona nel 99% dei casi. Sulle raccomandazioni funziona in modo simile: siamo tutti su LinkedIn, siamo tutti tracciabili – un responsabile del personale che segnala qualcuno non adatto alla job description viene intercettato in tre secondi. A livello culturale poi i tempi sono maturi: Millennials e Gen Z all’etica pubblica ci tengono davvero».

Il libro è dedicato proprio a quelle generazioni. Ma le decisioni le prendono altri. Come si colma questo gap?
«Chi ha le idee deve fare anche politica. Sto consigliando ai più giovani di fare attività partitica, non solo associazionismo, perché le associazioni alla fine devono sempre chiedere il permesso a qualcuno, e chi ha il potere spesso quelle cose non le fa. Bisogna prendersi lo spazio con la forza delle idee e del merito. Ho voluto la prefazione dell’Onorevole Gribaudo, alla quale sono molto grato, proprio per questo: un conto è avere idee che vaghino da sole, un conto è che possano confrontarsi con l’agenda del primo partito d’opposizione. Non è detto che vengano accolte tutte, ma almeno sono portate all’attenzione di qualcuno pronto davvero a recepirle».

Torniamo al film, per chiudere il cerchio. Phil Connors riesce a uscire dal loop quando smette di pensare solo a sé stesso e inizia ad agire per gli altri. È anche questa, in fondo, la tua scommessa?
«In un certo senso sì. Sento un’energia nel paese diversa, non è la solita rabbia ma è qualcosa di costruttivo. Ero a Bracciano un giorno prima che uscisse il libro, c’era una manifestazione di giovani: ho parlato con una farmacista che lavora in Slovenia a 3.000 euro al mese ma vorrebbe tornare in Italia se solo ci fossero opportunità simili. Un altro esempio: un proprietario di una caffetteria in zona Flaminio, con cui ho parlato recentemente, è stato due anni senza stipendio avendo investito nel suo locale; ha 8 dipendenti e mi dice: voglio dare più bonus ai miei dipendenti per motivarli, ma se gli do 1.500 euro e 750 vanno in tasse, non è controproducente? Eppure, il suo atteggiamento era propositivo. Voleva mandare proposte… parlare con la politica. Ultimamente si respira tra le nuove generazioni questa voglia di fare gioco di squadra e provare a migliorare le cose. Le energie sono tante e il nostro Paese sembra in questa fase una pentola a pressione. Quando esplode, esplode. E stavolta sento che esploderà nella direzione giusta. O almeno spero».

 

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Laureata in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Napoli Federico II con una tesi in Linguistica generale, dal 2021 collabora con la Fondazione Ottimisti&Razionali, in qualità di Flow Strategist, occupandosi anche di organizzazione di eventi, ufficio stampa e scrittura di articoli su energia, digitale, comunicazione. Nel 2023 ha svolto attività di ufficio stampa e segreteria per un candidato presidente alle elezioni regionali in Lazio. Attualmente è Public Affairs & Communication Consultant per Reframe e redattrice de il Riformista.