L’appello di Giancarlo Giorgetti, lanciato ieri dal palco di “Metamorfosi” a Milano e prontamente raccolto dal sindaco Sala, è più che condivisibile ed arriva al momento giusto. Prova a dettare un ritmo diverso alla cacofonia politica attuale, a guardare la realtà per provare a cambiarla, anziché sforzarsi di tenerla in piedi a puro scopo difensivo. Chiede di sedersi attorno a un tavolo per sospendere le contrapposizioni, riscrivere in accordo qualche regola e provare così a superare un impasse che sta facendo naufragare quel che resta del sistema istituzionale e produttivo del nostro Paese. Ci vuole coraggio – o molto amore per l’Italia – per togliersi i colori della maglietta che si indossa e provare a spiegare che il campo da gioco va un po’ risistemato, altrimenti non vince nessuno e ci si condanna ad un pareggio perenne, che non porta da nessuna parte. Il muro che via via si è costruito fra le varie parti politiche, sempre più incapaci di uscire dalla prigione della contrapposizione a prescindere e della sordità alle istanze degli altri, non funziona in questi tempi di grande complessità. Produce irrigidimento e paralisi, non fa maturare i leader che hanno la responsabilità di guidare un indifferibile processo di cambiamento, senza il quale resterà il nulla. Occorre superare quel muro, distruggerlo come si fece trenta anni fa a Berlino cambiando il corso della storia e della libertà umana.

Desistere da scontri muscolari privi di visione, smettere di confondere la ricerca ossessiva del consenso con la capacità di elaborare una visione condivisa del futuro. Se si cerca costantemente un consenso numerico e drogato dalla voracità dai social non si rende un servizio al proprio Paese, che deve invece essere lo scopo primario di chi si dedica alla politica. Al contrario, si condanna il Paese ad un presente informe, cieco e senza prospettive. Quindi alla perdita del senso stesso di appartenenza ad una collettività. È una responsabilità che le forze politiche in campo non possono permettersi. L’invito di Giorgetti andrebbe accolto, e i primi a farsi avanti dovrebbero essere i partiti che compongono la maggioranza, per dignità politica. Anzi, la proposta sarebbe dovuta partire da loro. Si componga dunque un tavolo, anche senza sedie se occorre, perché laddove si sta un po’ scomodi si tende a decidere in tempi più brevi. Rapidamente ci si metta al lavoro insieme, ci si accordi su qualche regola un poco più efficace e si offra finalmente agli italiani una politica capace di superare se stessa e la paralisi che ha generato. Il sistema così com’è garantisce fallimento sicuro, anche a coloro che sono più ben intenzionati. Bisogna cambiare, e a quel tavolo dovrebbero essere invitati solo coloro che hanno da offrire qualche idea di buon senso. Pronti a metterla da parte se ne dovesse uscire qualcuna migliore.